1) Piacere al posto di Tempo

 

 

Il vero tema non è il tempo o la forza necessaria, bensì la resistenza interiore a continuare così, la sensazione di non avanzare, di non vivere emozioni forti:

è il conflitto interiore a farci sentire stanchi, abbattuti.

“Il tempo non c’è mai!”
e “la forza non basta più!”

sono un inganno che ci porta verso obiettivi non più genuini.

Desideri e volontà al contrario hanno bisogno di andare in coppia come due parti di una mela.

E’ tutto il sistema da mettere in crisi, anziché aspettare che lui metta in crisi noi. E come si fa? Si comincia:

  • A) da alcuni grandi cambiamenti dentro di noi e
  • B) da piccoli passi fuori di noi.

Cominciamo ad occuparci in questo scritto dal punto

A) Grandi cambiamenti dentro di noi:

Ho frequentato nei mesi scorsi diverse aziende con un clima incredibilmente pesante, non dovuto alla crisi.

Sì, penso all’azienda di te che leggi, poi penso a te, poi proprio a te. Ma siete di tre aziende diverse. E’ persino capitato che persone che conosco, da una di queste aziende con un brutto clima, finissero in una delle altre.

Nell’esperienza di costoro, una delle avvertenze primarie riguarda la fatica:

“Questa azienda (o questa relazione affettiva! Non cambia…) mi ha proprio rotto! Non ne posso più!”.

La domanda giusta allora è “perché resto nel pantano oppure mi limito a cambiare pozzanghera? Perché non è per tutti così? Lo faccio solo perché c’è la crisi?”.

Domanda sbagliata. “Mai Sprecare una Buona Crisi” è il titolo di un corso che tengo dal 2009 nelle aziende.

La verità invece è che l’Abbondanza ci porterà sempre Prosperità: sarà sempre facile, automatica, naturale. Com’è possibile?

E’ possibile poiché per iniziare i cambiamenti A) dentro di noi, ciò che occorre scegliere è:

1)          Piacere al posto di Tempo

Se non soddisfiamo le nostre parti più profonde, ci sentiamo stanchi. Di dovercela fare da soli, rispetto a cose che non possiamo controllare.

I Bambini non fanno fatica, mai.

L’abbattimento allora deriva semplicemente e soltanto perché ci hanno messi da piccoli ad affrontare problemi più grandi di noi. E senza mai considerare che ci piacesse o no.

Poi, col tempo, noi abbiamo imparato a farci del male da soli.

Allora, “che cosa posso fare per uscire dal pantano, giorno dopo giorno?” è la domanda giusta.

Il tema che affiora da qualsiasi discorso facciate, in ufficio o a casa, oggigiorno è uno solo:

“Ma è tutto qui?”.
“La vita, la soddisfazione, la realizzazione, sono tutte nell’esistenza che conduco da troppi anni?”.

Quindi il problema è dentro, non fuori.

Penso ad una bambina che aveva frequentato la scuola svizzera dai 5 ai 13 anni. Avete idea dei compiti a casa che questa creatura ha dovuto fare per 8 anni? E’ stato uno sforzo sovrumano, perché vissuto in quella famiglia e con quel senso del dovere, senza uno scopo preciso e vitale e senza amore in casa.

Poter dire da grandi “questo no, questo non mi piace!” -in lei e in molte altre persone- è peccato mortale. E sapete perché? Perché dall’altro lato, non sappiamo dire: questo sì! Questo mi piace! Questo voglio fare con tutto me stesso!!!”. Eccolo il problema.

Che cosa vuol dire allora “Piacere al Posto di Tempo”?

Vuol dire che ogni volta che mi manca il tempo, il problema è altrove, in un conflitto interno tra parti di noi insoddisfatte.

Allora, il rimedio magari può essere non andare a dormire nonostante il sonno e riprendersi i propri piccoli piaceri.

Quindi il tema è vedere diversamente il piacere, dentro di noi, come non lo vediamo più da tempo, per realizzarlo fuori.

Stravolgere la struttura della nostra settimana può essere la risorsa vincente:

  • stare in ufficio un giorno fino a cena e un altro uscire alle 4, per fare qualcosa di meraviglioso;
  • un altro alzarsi all’alba e non usare più alcuna scusa o pigrizia per evitare di vivere il sublime che ci circonda (anche durante il weekend!).

Significa farci piacere la nostra postazione lavorativa, personalizzarla, amarla, soprattutto quando non è proprio più sopportabile che il lavoro ci faccia letteralmente schifo.

Significa non accettare più di ridursi in questo stato.

Vuol dire portare la nostra torta meravigliosa che abbiamo cucinato con amore, proprio a chi sentiamo che ci rovina la vita ogni giorno in ufficio. Perché non sono loro, ma noi, dentro di noi, che glielo permettiamo.

E’ necessario interrompere la catena verso il magone e instaurarne un’altra -da subito!- di segno opposto.

Vivere contemporaneamente allora, il piacere e la pena, senza più sentirsi dimezzati, schiavi. Scegliendo più coinvolgimento, all’inizio anche senza passione, in ogni attimo della giornata, laddove possibile, certo, ogni momento di più.

Ma stando dentro anche alle difficoltà, completamente, senza fare più finta che vada tutto bene. Sapendo che tra qualche ora, comunque, farò qualcosa che mi piacerà tanto(!). Solo così, automaticamente, qualcosa succederà e cambierà davvero, perché trasforma in modo esponenziale la nostra capacità di incidere.

Il vero problema è non sapere più che cosa ci emoziona, essere diventati aridi, routinari e stupidi.

Allora ripartiamo da qui.

 

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