Visione Radicata: 16. Come se Fosse Normale

 

 

Chiedersi: “ma è normale?!” è uno dei tormentoni più frequenti, per chiunque.

Se ci fate caso, al tavolo accanto a voi in pausa pranzo, oppure in metropolitana, c’è sempre qualcuno che si sfoga al telefono o con un amico e continua a chiedere: “ma ti sembra normale?!”, intendendo la persona, i comportamenti, le situazioni che continuano a verificarsi. A volte sono proprio casi assurdi.

Volete stare meglio? Chiedete a chi vi conosce: “ma secondo te, la mia vita è normale?”.

Scoprirete un mondo.

Solo che le persone “normali” appunto, non si rendono conto:

  • di quanto la loro vita sia lontana dalla normalità
  • di quanto sia facile cambiare cominciando dal chiedersi che cosa sia (o non sia) normale.

Guardiamo solo le storie che ci circondano:

Giacomo non sa ancora oggi, all’età che ha, rilassarsi, divertirsi, giocare. Non gliel’hanno mai insegnato e lui sa solo lavorare, impegnarsi, produrre: così come fa da una vita, fin da quando era bambino.

Allora, cos’è normale?

Se Giacomo viene nominato Direttore Generale di una Società, com’è successo, cosa diventerà normale in quell’azienda?

Quando Benedetta venne da me, erano 9 anni che non si permetteva 1 giorno di ferie, visto l’eccesso di lavoro. Ah, lavorava anche durante il week end, ça va sans dire…

Direte voi: eh, ma sono casi limite…

Sicuri?

Quello che mi coinvolge di più è quanto le abitudini familiari introiettate da bambini dettino ancora le nostre regole, nelle nostre Visioni Radicate, a distanza di decenni.

Che cosa ne dite di queste apparenti normalità?

Silvia non cucina mai per mangiare tutti insieme. A casa sua era normale: ognuno aveva il suo cibo preferito e mangiava separatamente dagli altri, quando tornava a casa. E così è ancora oggi.

Carmelo non mangia mai pietanze cucinate da altri. S’inventa le peggiori scuse, che soffre di colite o chissà cos’altro. Quando si lava le mani e si accinge a mangiare, non tocca nessun’altra cosa, asciugamani compresi, prima di sedersi a tavola, dove arriva con le braccia ben alzate affinché non vengano contaminate. E solo perché la madre lo aveva allevato in un quartiere a suo dire “pieno di sporcizie per strada” e quindi con la fobia di dove si appoggiava e di che cosa toccava.

Su Anna non puoi contare mai. Nemmeno che ti richiami al telefono. Si stupisce sempre che qualcuno ad un certo punto la tagli dai suoi contatti. Le persone sono prima innamorate e poi letteralmente inviperite con lei, che si sente vittima di chissà quali paturnie della “gente”. All’ennesima volta che succede, è costretta ad ammettere che ci sarà un motivo per cui persone completamente diverse si arrabbino così tanto con lei. Ma non ha la minima idea di quale possa essere. Ha solo la consapevolezza che da bambina le rompevano le scatole in modo disastroso e insopportabile. Così, ad un certo punto, da adolescente, decise che “nessuno poteva più chiedermi niente. Mai più!”.

Maddai…?

Marisa non se la sente di separarsi, anche se ormai sono 10 anni che con il marito “non va più”. E perché? “Perché ‘non sta bene’ e poi, chissà che cosa direbbero i miei”. Ma non lo afferma subito e non ne è consapevole. Lo dice -a se stessa e a me- dopo mesi di racconti in cui la costante era sempre la stessa: a casa mia c’era un continuo ricordarci che cosa “non sta bene fare”.

Volete altre storie?

Ecco: la cosa importante che verifico settimana dopo settimana è che sta sempre più a noi singoli, invertire la rotta in questo mare magnum di influenze della nostra famiglia.

Ed invertire la rotta sta a significare riprendersi la Propria Normalità. Che cos’è davvero normale è quindi ciò che è “Giusto Per Me”, non per gli altri (!).

Come la vedo io, intimamente? Quale è la mia Visione Radicata di me e delle mie situazioni ricorrenti?

L’esempio del senso di colpa è eclatante: troppo spesso ci sentiamo in colpa per  I GIUDIZI degli altri sulle nostre scelte… NON perché sentiamo di essere venuti meno ad un nostro imperativo etico e morale (!).

E sempre più i due comportamenti si stanno differenziando:

1)    da un lato chi questo l’ha capito: cerca la propria NUOVA normalità, reale, condivisa, CHE CREI BENESSERE A SÉ E AGLI ALTRI, al di là di qualsiasi convenzione e secondo il principio: se sta bene a me –e mi va- e non faccio male a nessuno, allora questa è la mia normalità= originalità (atteggiamento da Adulto/a che va avanti, PROGREDISCE, si evolve)

2)    e dall’altro lato, tutti coloro che ancora si rifanno a CONVENZIONI più o meno strette, alle ASPETTATIVE DEGLI ALTRI, alle regole RIGIDE, non più ridefinite dentro se stessi. Basta guardare come si vestono certe persone, come si guardano, come si specchiano le une nelle altre (posizione di vita di chi ha da tener conto di un’enormità di fattori, influenze, impedimenti “normali” prima di potersi esprimere, cioè mai).

Questi due atteggiamenti possono ovviamente esistere anche in una stessa persona, in ciascuno di noi, magari in ambiti diversi.

Per questo è bene differenziarli e riconoscerli in noi. Possiamo ad esempio, essere noi stessi SOLTANTO fuori dal lavoro, senza in realtà alcun motivo reale, attuale, maturo.

 

Altri esempi? Ricordo un giovane di 29 anni che aveva appena cambiato azienda e la prima mattina nel nuovo lavoro si era letteralmente bloccato: cosa stava a fare lì? Perché aveva cambiato? Questo non era proprio ciò che avrebbe voluto fare!

E la sua reazione è stata la paralisi: cosa faccio adesso? Non posso dire “ho sbagliato “e non posso stare qui. Dopo tre ore di lavoro si mise in malattia ed ebbe bisogno di uno psicologo. Ancora oggi mi chiedo che direzione avrà preso la sua vita.

E perché mai? Perché non poteva dire “ho sbagliato”?

Non erano certo questioni economiche, bensì molto più profonde: le aspettative dei genitori, quale carriera “è bene fare”, quanto conta ciò che in realtà vogliamo realmente… in questo caso: molto poco.

Oggi come oggi il patto tra generazioni è ormai rotto, spezzato.

Il figlio di una mia cara amica ha già detto che lui vuole fare il maestro di sci. Lei, la mia amica, è avvocato, ma appassionata di montagna fin da bambina. Il figlio è cresciuto sciando. Quindi adesso vuole fare il maestro di sci e vivere in montagna. Perché non lo può fare? Perché deve “intraprendere” la carriera di famiglia. E giù litigi a non finire.

Ma insomma: la cosa più importante è chiedersi -oggi molto più di ieri: che cos’è normale, per me? E che cosa invece non dovrebbe esserlo per niente?

Simona è indifferente al sesso. E va bene. Ma Simona sente il bisogno di farsi aiutare perché in realtà non sopporta nessun contatto. Di nessun tipo. Avverte una sfiducia, una delusione, una chiusura e un cinismo spaventosi. E questo com’è? Beh, non è proprio normale.

Come ho già scritto altrove, Gaetano non ascolta nessuno, altrimenti sente “di dover fare ciò che gli altri dicono”. E perché mai? Solo perché a casa sua, da bambino –se si confidava- era poi costretto a fare ciò che gli altri gli ingiungevano.

Una volta, i suoi genitori, all’età di 16 anni, dal loro paesino del centro Italia lo avevano mandato 3 mesi a Roma, d’estate, da amici. Al ritorno, riunione di famiglia, che suonava sempre un po’ come un esame: come sei stato? Bene, molto bene –aveva risposto lui. Certo, dopo mesi in una città così grande, sarà difficile per me ri-abituarmi alla vita di paese.
Hai ragione –avevano risposto loro- ci abbiamo pensato. E proprio per questo, crediamo di aver esagerato nel concederti troppo. Per rimediare, abbiamo deciso un passo “riparatore”, che ti farà bene.

Fu così che Gaetano passò i successivi 3 anni del Liceo in un Collegio di Montagna. Con una costrizione fisica e mentale indicibili e un senso mortale di spiazzamento ed esclusione.

Confidereste mai più qualcosa a qualcuno, al posto suo?

Eppure… La battaglia per ammettere che tutti questi esempi non sono normali non è così difficile: perché ne abbiamo una fame atavica. Basta semplicemente decidere.

Pensate, ad esempio, agli ansiosi che fumano. Gaetano dai tempi del Liceo in montagna ha preso l’abitudine di fumarsi qualsiasi cosa, in modo assoluto, disperato, drammatico… Si fuma la propria ansia, per questo smettere era faticosissimo.

Oggi, al contrario, sapendo come e perché è diventato ansioso e con il supporto di qualcuno, Gaetano sta smettendo, in una modalità strutturata, che gli faccia percepire l’assurdità di tutti i meccanismi ai quali si condanna:

  • da un lato, sa che per lui confidarsi, aprirsi, affidarsi, innamorarsi, è mortale
  • dall’altro, sente la verità: è un blocco che ormai può superare

E ritornare così ad affrontare i paradossi di cui così tanto abbiamo parlato in queste note.

Barbara (questa volta il nome è vero, nella speranza che si dia una buona volta la sveglia…) fuma in continuazione, nonostante la morte crudele del padre sotto i nostri occhi di tumore ai polmoni, e nonostante per il resto faccia una vita vegana, salutista e attenta. E perché? Perché l’ansia trasmessa dalla sua famiglia quand’era bambina, era insopportabile. E allora? Allora ce la raccontiamo, ecco tutto. Fino a quando non ci scontriamo contro un muro.

Per cui: condividere il più possibile con gli altri le cose apparentemente normali della nostra vita di oggi e della nostra famiglia d’origine è l’unica strada.

Solidarietà. Condivisione. Nuova vita.

 

Bisognerebbe fondare –amici miei- una specie di Istituto Per Aggiustare Le Nostre Esistenze.

Una volta, negli istituti tecnici c’era l’ora di “aggiustaggio”. Non so se c’è ancora, ma di certo se ne sentirebbe il bisogno anche per la vita di tutti i giorni.

Per smettere di comportarci come se fosse normale.

 

Articoli correlati: vai al successivo, Visione Radicata: 17. Trovare la Propria Normalità

Approfondimento: Che Cosa Non è Normale

 

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Riepilogo:

 

 

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