Due Modi di Vivere

Nella Pratica Necessaria, abbiamo visto come possono esistere due atteggiamenti nei confronti della nostra esistenza.

 

 

 

  1. Uno basato sul sentire attraverso una pratica
  2. e l’altro alla ricerca di una collocazione nel mondo.

 

L’incontro con chi ha sviluppato questo tipo di sensibilità di cui sopra (tipo 1), si riconosce da una facilità a stati d’animo e affermazioni quali:

mi piace molto, mi soddisfa, lo preferisco, ho bisogno di…

Inoltre, emergono predisposizioni a:

ridere di gusto; partecipare con un livello d’energia che caratterizza il proprio modo di essere; spendersi per un motivo presente, palpabile, rigenerante.

 

Alexander Lowen descrive bene queste due tipologie, distinguendo il Piacere (1) dal Divertimento (2):

“La morale del divertimento (tipo 2) rappresenta un tentativo di recuperare il piacere dell’infanzia tramite la finzione. (…) Ovviamente, non ci riesce. La morale del divertimento sembra designata proprio per prevenire un tale coinvolgimento. Se è per divertirsi, non si ha bisogno di nessun coinvolgimento (…).

Un totale coinvolgimento con ciò che si sta facendo è la condizione essenziale del piacere (tipo 1). Un coinvolgimento parziale ci lascia divisi e in conflitto. (…) Negare la realtà interiore è una forma di malattia mentale. (…) E’ la stessa differenza che distingue il divertimento inteso come piacere dal divertimento inteso come fuga dalla vita”.

(Alexander Lowen, Il Piacere, 1984, Astrolabio Editore)

 

Altrettanto bene descrive i due modi di vivere Irvin Yalom:

“Un concetto importante della terapia esistenziale è che gli esseri umani possono correlarsi alle preoccupazioni ultime dell’esistenza in uno o due modi possibili.

Da una parte, possiamo reprimere e ignorare la nostra situazione di vita e vivere quello che Martin Heidegger (1927) definì uno stato di oblio dell’essere (Che qui chiamiamo tipo 2, ndr). In questa modalità quotidiana viviamo calati nel mondo degli oggetti, nei diversivi di ogni giorno; siamo assorbiti dalle chiacchere, tranquillizzati, persi nel “loro”; ci preoccupiamo solo del modo in cui le cose sono.

Dall’altra parte, è possibile esistere in uno stato di coscienza dell’essere, uno stato in cui non ci meravigliamo del modo in cui le cose sono, ma del fatto che esse sono (nei nostri scritti: di tipo 1, ndr). In questa condizione siamo consapevoli di essere; viviamo in modo autentico; abbracciamo le nostre possibilità e i nostri limiti e siamo consapevoli di essere responsabili della nostra vita (preferisco la definizione che dà Sartre, 1943, della responsabilità: essere responsabile significa essere “l’incontestato autore di…”).

Essere consapevole della propria autocreazione, dello stato autentico di coscienza dell’essere, dà all’individuo il potere di cambiare. Quindi il terapeuta deve prestare particolare attenzione a quei fattori che fanno passare una persona da una modalità quotidiana dell’esistenza a quella autentica. Non è possibile compiere tale spostamento limitandosi a resistere, a stringere i denti. (…) Nietzsche scrisse: “colui che possiede un motivo per vivere, può sopportare quasi ogni modo di vivere”.

(Irvin D. Yalom, Molyn Leszcz, Teoria e Pratica della Psicoterapia di Gruppo, 2009, Bollati Boringhieri).

 

Vediamo come possiamo riconoscere in noi i due modi di vivere e come fare per distinguerli:

Due Tempi e Due Spazi

Il Tempo negli Esercizi di Bioenergetica.

Riepilogo. Leggi i punti correlati:

 

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