Accettazione Incondizionata: 25. Far Esistere L’Altro

 

Ci sono passaggi che ben illustrano come funziona la terapia e di che cosa in generale noi esseri umani abbiamo bisogno come il pane.

Silvia in colonia veniva sistematicamente abbandonata al suo destino: Tu non vuoi tornare a casa, vero?”. Un sorriso triste accompagna la risposta: “mai avrei potuto dire: sì, non ho alcuna voglia di sentirmi morire, abbandonata e sfatta, piangente per 20 giorni in colonia”.

Da allora, per decenni, Silvia si è allenata a farcela da sola, a chiudersi, a non fare assolutamente affidamento su “l’Altro”, diventando orgogliosa, sorda a certe aree della vita, come affetti e sesso:
E sul lavoro: una macchina organizzatrice.

Dal punto di vista del passo e contrappasso e delle figure mitologiche, si è destinata da sola ad un lavoro dove lo spirito organizzatore certo è il suo pregio più grande –come è ovvio che sia!- ma altrettanto ovviamente, l’ambiente è di un cinico, anaffettivo e competitivo allucinante.
Quindi ha condannato se stessa proprio a ciò che ha odiato di più.

Nel giro di un paio d’anni, adesso di fronte a me c’è una persona diversa la quale, rossa in viso, mi racconta di una passione, intesa, affetto e relazione carnale con un uomo.

“Chi l’avrebbe mai detto che io –alla data di oggi- avrei mai potuto esprimere sentimenti, aspettative, confrontarmi con qualcuno come te su aspetti che non fossero meramente razionali e asettici”.

Ecco -concludo io. Benvenuta nella relazione con l’altro, che hai permesso di rappresentare al tuo terapeuta e quindi che ora esiste naturalmente anche in un uomo, una passione, un confronto.

L’altro è tutto per noi: il lavoro, gli affetti, il denaro, non solo attrazione ed emozioni per un’altra persona.

L’altro è far risuonare le nostre parole in qualcuno significativo per noi e sentire come ci ritornino elaborate.

E’ scambio e confronto, reciprocità e parità.

E’ rispecchiamento.

Io le faccio vedere come gli altri la vivano da fuori e come la sentano.

Lei riflette, si nutre ora del suo acume, spirito, testa e cuore.

La nostra relazione è ciò che non c’è stato nella sua vita, come nell’esistenza di moltitudini di noi.

Perché ve lo racconto? Perché è necessaria la terapia per imparare un concetto così basilare?

Silvia ha due grossi modi di funzionare come tutti noi. Rispetto alle dinamiche con il ragazzo che le piace, prende di solito due strade:

  • Elucubra, riflette, s’incazza e si ossessiona con la testa, da sola, come ha fatto per una vita (esercitando il proprio IO, quello che le ha permesso di sopravvivere da bambina, ma che per questo è schematico, elementare e limitato).
  • Oppure ne parla con qualcuno, chiunque egli sia: si confronta, magari con più di una persona e percepisce appunto ascolto, e si appoggia alla rielaborazione successiva, rispecchiamento e così via, sentendo come progressivamente cresce e si sente rispetto a ciò che le capita.

E’ proprio così. La crescita è condivisa, altrimenti non è.

Allora vi ripeto la domanda: è necessario andare in terapia per indirizzarsi a condividere di più con gli altri, sempre di più, e sempre meglio?

Soprattutto se la nostra famiglia non ci ha dato un modello in questo senso?

 

Leggi l’articolo correlato: Sintonizzarsi con “l’Altro”

 

 

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