La Ferita è un Dono: Oggi ho Risentito la Mia Ferita

 

  • Se le esperienze corporee non arrivano alle emozioni non succede niente, se lasciamo che ci trasformino succede tutto.
  • Se si muove il corpo solo basandosi sull’orgoglio e la volontà e non in base al piacere… il movimento non porta ad alcun cambiamento e prima o poi si affievolisce.
  • Se la pratica non è quotidiana e settimanale non trasforma e non porta alcuna evoluzione.
  • Se la pratica è accompagnata da immagini interiori nuove e da queste ad emozioni legate al piacere… arriva a risultati esponenziali.

 

Questi sono alcuni degli assunti principali che utilizziamo per lavorare in terapia, per accompagnare i clienti a trasformare il loro carattere.

Il ché vuol dire, in buona sostanza:

1) accettare ciò che è e sarà sempre

2) e valorizzare viceversa le nostre risorse, che di solito non vediamo pienamente.

 

Ciò rende la nostra vita intensa e piena di gioia reale, concreta effettiva, qui ed ora.

 

Ed è successo che -accompagnando un cliente in questo cammino di accettazione incondizionata- oggi ho risentito la mia ferita.

È un mondo a sé che occorre riattraversare, quindi rivivere come in un’ipnosi.
Stare a contatto, coccolarci e ascoltare, NON fare nulla, e verificare SOLO quali sono le opzioni di scelta e poi scegliere di ritornare sulla terra, nella nostra vita reale.

Nel mio caso è un “tratto” di una ferita simbiotica, dei 3 che mi riconosco:

  1. se esprimo i miei bisogni, poi “gli altri”, mia madre e mia sorella decenni fa, oppure la mia partner oggi, si impadroniscono di me, mi sottopongono a ogni serie di trattamento che tenti -senza riuscirci- di sanare le loro ansie. E io sono in tale contatto profondo e totale -simbiotico, appunto- che non posso deludere “l’altro” e andare in direzione contraria.

Respiro. Mi viene l’ansia anche solo a raccontare l’atmosfera. Allora entro in impasse e mi blocco, mi si ferma lo stomaco in primis e sono in scacco:

  • se seguo i miei bisogni li esprimo e mi confido con gli altri, sarò sopraffatto
  • se seguo quelli degli altri, sarò passivo e bravo ragazzo, in balìa comunque.

E’ il mio personale tir’e molla. (si veda punto relativo).

 

Viceversa, le mie figure affettive si arrogavano il diritto di metter bocca e proprietà su quel che mi succedeva e mi sottoponevano a rituali estenuanti, dalla vestizione alla somministrazione di farmaci al sopraggiungere di qualsiasi minimo accenno di sintomo.
Senza distinzione appunto, tra me e loro.

Per fortuna ciò non è stato esteso ad ogni ambito e protratto nel tempo. Per fortuna, nelle scelte della vita, professionali, affettive, mi sono sentito sempre molto autonomo e rispettato. In senso generale, come valore e principio familiare. L’importante era che stessi bene e mi coprissi e mi riparassi dal freddo. “Copriti”.

Per il resto potevo godere di fiducia illimitata. Eccessiva è dire poco.

Questo mi ha permesso in ogni caso di sentire, sviluppare una mia vita adulta e matura, separata.

 

Ma in ogni rapporto, soprattutto all’inizio, ho dovuto superare la sensazione di essere in balìa dell’altra persona.
Come ogni tratto caratteriale, mi ha permesso di sviluppare risorse importanti, che all’inizio non vedevo e che ho imparato col tempo a valorizzare.
So sentire molto bene -per forza di cose- empaticamente, cosa succede negli altri, come sono e che cosa desiderano da me e dalla vita. Si capisce: dovevo stare attento a (non) esprimere i miei bisogni. E a sentire che cosa provassero le persone a me vicine. E ad ascoltare, rispettarle. Con l’esperienza, ho scoperto il mio scopo primario, che è aiutarli a valorizzare queste loro meraviglie, e a godere appieno dell’esistenza.

 

Perché parliamo di tratti caratteriali e non di carattere vero e proprio? Perché il carattere è un archetipo ed è difficile trovarlo puro e in piena azione.
Le persone e le atmosfere famigliari sono delle alchimie piene di sfumature e allora esiste il carattere Armando, Giampietro o Aristotele, e non il Rigido puro o il Cerebrale esagerato, che oggi apparirebbe macchiettistico.

Noi siamo molto bravi a celare a noi stessi la nostra matrice.
Via via che cambia la persona, si evolve anche la società ed oggi ad esempio le componenti narcisistiche e virtuali sono sempre più presenti ed attive nel nostro modo di essere, tanto che tutti ne siamo imbevuti e non ce ne rendiamo più conto.
Prendiamo ad esempio la tendenza a fotografare tutto e tutti, per prima cosa se stessi. Vent’anni fa prendevamo in giro i turisti giapponesi, come malati, fissati col rappresentare ogni cosa. Oggi chi li nota più?

 

È solo uno dei miei tratti caratteriali, come dicevo.
Segue il non sentire il diritto di essere me stesso, indipendente, separato, autonomo, pienamente rinforzato nelle mie scelte.

 

E ho anche una componente narcisistica e un’altra rigida.

2) Quella narcisistica mi viene dalla figura maschile della mia famiglia, mio padre, che lo era, narcisista, e che soprattutto era preso da altro, e nel farlo, mi ha completamente ignorato.

Allora ho proprio sviluppato un’attitudine a mettermi al centro dell’attenzione, a cercare riconoscimenti che non potevo avere, vale a dire che potevo cercare di essere visto a patto che questa ricerca -fino alla mia prima analisi, di tipo transazionale- non arrivasse mai a compimento.

Mi ha dato non pochi problemi e riconoscerla non è stato facile. Soprattutto, non è stato agevole sapere da dove venisse e che cosa me dovessi fare.
Ma una volta accettata, compresa e valorizzata, ho rinunciato completamente ad ottenere una considerazione impossibile nei fatti in mio padre e negli altri: lui è morto che io ero ragazzo, e l’esigenza era allora e non oggi.

Ma mi è rimasta una caratteristica a buttarmi, a prendermi dei rischi, a mettermi in gioco completamente, senza riserve, ad avere attenzione dal prossimo, tutto sangue, sudore e lacrime.
Tutto ciò è prezioso se e quando è condito dal mio essere orfano, e quindi dal mio mantenermi umile, modesto e a seguire un profilo basso, sobrio, serio, applicato, come mia madre mi ha insegnato.

 

3) Quest’ultimo che tratto è? Rigido, naturalmente. Pieno di sensi del dovere e di sensi di colpa, ma strutturato, progredente e che si evolve ed afferma. Che affronta i problemi e ne esce. Che pospone le proprie esigenze ai fini di un risultato, dallo studio all’applicazione al lavoro, al pagamento di un mutuo.

Cosa mancava ancora? Mancava a questa personcina -come a tutti i rigidi- il corpo. E ripartire ogni giorno dal piacere corporeo ed emotivo.
Prima lo sport da giovane e poi la bioenergetica mi hanno fornito la strada maestra da percorrere. E che percorro oggi per me e per gli altri.

Le quali strade mi hanno portato a formulare i principi che citavo all’inizio, cui tanto devo:

Rivediamole:

  • Se le esperienze corporee non arrivano alle emozioni non succede niente, se lasciamo che ci trasformino succede tutto.
  • Se si muove il corpo solo basandosi sull’orgoglio e la volontà e non in base al piacere… il movimento non porta ad alcun cambiamento e prima o poi si affievolisce.
  • Se la pratica non è quotidiana e settimanale non trasforma e non porta alcuna evoluzione.
  • Se la pratica è accompagnata da immagini interiori nuove e da queste ad emozioni legate al piacere… arriva a risultati esponenziali.

 

 

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