La Ferita è un Dono: i 5 Stadi della Formazione del Carattere

Ma come si forma il nostro Carattere? E come può esserci utile saperlo?

 

I contributi in questo senso di Whilelm Reich, Alexander Lowen, Stephen M. Johnson, sono illuminanti e molto poco divulgati.

Tutti noi, nessuno escluso, nel processo di educazione a cui siamo sottoposti, riceve dei permessi e delle proibizioni, insieme ad una diretta influenza determinata dall’atmosfera di famiglia:

  • quanto amore c’era o non c’era quando siamo venuti al mondo?
  • E poi, quando siamo cresciuti, che cosa è successo esattamente?
  • Quali presenze? Quali assenze?
  • Quali esagerazioni? Fissazioni dei nostri genitori?
  • Quali periodi hanno caratterizzato l’infanzia?
  • C’era abbondanza, affetto? Da entrambi i genitori oppure solo da uno?
  • Oppure problemi, preoccupazioni, paure, ricorrenti?

 

In questo senso, aver stabilito uno schema comune a tutte le Formazioni dei nostri Caratteri, ci permette di capire molto di più sulle eventuali disfunzioni e su che cosa è possibile fare in termini di terapia.

Molto più ricco e concreto allo stesso tempo, è il quadro che ne viene fuori.

 

Caratteristiche comuni a tutte le formazioni dei caratteri (Secondo Stephen M. Johnson,

 

1. Sviluppo naturale: Il bambino cresce sentendo la pienezza di sé.

 

2. Intervento dell’ambiente e condizionamento: Con la crescita, ogni intervento considerato normale dai genitori, ma che risulti esagerato per la crescita del bambino (soprattutto se quotidiano, parte integrante dell’atmosfera di famiglia) crea come una coercizione, una difficoltà a seguire “la propria natura”, una distinzione, una scissione in due poli, nel bambino, tra una parte vitale, che può andare dove vuole fino ad un certo punto, ed un’altra, adattata ai bisogni della famiglia, secondo diversi gradi possibili.
Es. Cecilia. “Ti vediamo solo come brava, in gamba, capace, sempre. Se non sei così, la mamma, il papà e la sorella, non ti vogliono bene. Ricordalo sempre”.

 

3. Reazione e Ferita: Ciò provoca, rabbia, frustrazione, blocco. Dai 3 ai 6 anni, il nostro Io introietta questa emozione bloccata e la coercizione da parte dei genitori che diventa “io ho un problema”.

 

4. Autonegazione: Ciò genera una reazione più marcata che sviluppa nel tempo una tendenza caratteriale che irrigidisce la distinzione tra la parte che auto-nega i propri bisogni e l’altra che adatta il proprio sé all’ambiente.

 

5. Adattamento: Amplificando le caratteristiche richieste, a esempio brava bambina vs. sempre arrabbiata. questa divisione in due poli la rinforziamo, sentendola dentro, costitutiva del nostro modo di essere. Si provocano conflitti interni tra loro, e si sviluppano come parti di Sé non integrate.

 

Cecilia: “a scuola, la maestra rinforzava ogni giorno questo copione” (2).

Allora, la brava ragazza non può dire che non ce la fa più, non sa chiedere per sé e soffre (3);

la parte reattiva, arrabbiatissima, allora si ritorce contro se stessa e la fa vivere sola, ancor più insoddisfatta e autocritica (4).

Si creano allora delle aree di non realizzazione completa, cronicizzate, o sintomi che si manifestano in certe precise situazioni tipiche della nostra infanzia (5).

 

 

Oppure, non ci sentiamo a nostro agio, e fuggiamo, senza motivo apparente, come è giusto che sia, perché -per il bambino che eravamo- non c’era motivo allora perché ci bloccassero e quindi –apparentemente- non c’è una precisa causalità nemmeno da adulti.

Es. problemi e temi ricorrenti: denaro, affetto, sintomi psicosomatici.

Ciascuno dei 2 poli (Ferita e Tema) dopo un po’ è costretto a cedere il passo all’altro, perché in nessuno dei due ci sentiamo bene completamente, quindi procediamo in un’oscillazione costante.

Es. Brava ragazza raggiunge grandi risultati a patto che mantenga disagi e paghi un prezzo alto (sensazione costante di mancanza, non realizzazione come donna e come professionista, sintomi bulimici)

 

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