La Pratica Necessaria

Perché sempre più persone corrono, praticano yoga, danza, bioenergetica o qualsiasi sport o corso ci svaghi, ci sfoghi e ci appassioni? Ce lo siamo mai chiesti?

Perché ad aiutarci a dare senso alla nostra esistenza contribuisce molto una pratica corporea ed emotiva.

Le pratiche non solo soltanto trascendentali o spirituali o sportive.

Anche accudire o giocare con un bambino può essere una costante di enorme crescita personale.

L’importante è che queste azioni -per diventare una pratica- abbiano due regole:

           a)   che siano ritualizzate in modo sempre uguale e rassicurante
b)   e che portino piacere corporeo ed emotivo, saldo, solido e sicuro.

L’aspetto interessante è che qualsiasi manifestazione di sé -un impegno, un lavoro, un affetto- si può consolidare in due modi, coltivando una pratica di crescita personale oppure no.

Quindi, da questo punto di vista, ci sono due tipi di persone e se vi guardate intorno, le cogliete al volo.

  • 1. Chi ha una regola di riferimento interna, corporea ed emotiva, e quindi va costantemente in una direzione, nella quale ogni azione che compie segue lo stesso spirito ispiratore.
    • Ad esempio chi vive per il piacere vitale di crescere il proprio figlio, che ammanta tutto il proprio sistema spazio-temporale
    • oppure -più normalmente- chi segue dei principi di una disciplina, dal buddismo allo sport, dallo yoga alla bioenergetica, appunto.
  • 2. Chi non segue una strada interna, un principio guida interiore, e non trova un’ispirazione quotidiana che arrivi al corpo e determini le emozioni.
    • E sente così di aver perso il senso generale delle proprie vicende, si sente trascinatio dall’esterno e attende che succeda qualcosa, senza per questo nutrire eccessive speranze.

 

Di solito il primo comportamento si evidenzia da solo, come fosse più luminoso e ispirato, perché strutturato, certo, stabile e orientato dai propri riferimenti interiori, che contribuiscono a “farci sentire bene” nel corpo, nelle emozioni, nello spirito e –solo per ultimi- nei pensieri.

Il secondo è invece sbilanciato all’esterno, mentre cronicamente “sta cercando” i propri principi in “qualcosa” che ancora non c’è: un fidanzato, una realizzazione di sé, una soluzione ad un problema sempre uguale.

 

Noi crediamo che la differenza tra i due sia una questione solo di ricerca e prima o poi arriverà qualcosa che ci ispirerà.

Vale a dire, seguendo la metafora: “quando arriverà l’amore, e poi il bambino, allora la mia vita sarà strutturata, regolata, al giusto posto nel mondo”.

Invece, la differenza consiste nell’essere concentrati sull’interno o sull’esterno: se regoliamo “prima” questa struttura sull’importanza della progressione-arricchimento-INTERNA tra ciò che ci accade e ciò che ci provoca.

Se non siamo noi a mettere noi stessi in primo piano,
chi o che cosa potrà mai arrivare a permettercelo?

Sempre secondo metafora: “solo se ci strutturiamo con abitudini ogni giorno rigeneranti per noi, allora arriverà l’amore e il bambino, nella giusta casa”.

Altrimenti, come farenmmo a reggere la rivoluzione totale
che comporta una famiglia e un bambino?

Cosa avete notato? Esatto. Entrambi i modi hanno come cardine i riferimenti. Noi abbiamo bisogno di riferimenti come il pane.

Nel primo caso però sappiamo che occorre scegliere ciò che OGNI GIORNO ci faccia REALMENTE sentire meglio internamente, nel secondo invece ci comportiamo come DOVREMMO sentirci, perché tutti gi altri CI SEMBRA che stiano meglio così.

Non è il lavoro che mi stressa, è l’eccessiva importanza e lo sbilanciamento all’esterno che -per definizione- mi abbattono.

Un esempio molto concreto: mi sento ormai cronicamente in un pantano lavorativo e personale?
Beh, posso scegliere, altroché:

  • Posso indignarmi con me stesso e rilbaltare tutto (tipo 1):
    • resto sveglio, prendo la situazione di petto, vado a correre alle 5 del mattino, cambio abitudini di qualsiasi tipo, dichiaro lo stato d’emergenza, mi faccio aiutare, leggo, mi iscrivo a corsi e cerco soprattutto un cambiamento di atteggiamento, di padronanza, di consapevolezza, di non accettazione del disagio A QUALSIASI COSTO. E di affermazione verso la vita che desidero e ho diritto di avere.
  • Oppure posso continuare a sopportare e stordirmi e andare avanti, anche se lo faccio già da troppo tempo (tipo 2).

Ciascuno di noi ha bisogno di verifiche. Sempre.

Solo che questa verifica appunto è:

  • consapevole di determinare la sicurezza di sé grazie ad un piacere corporeo ed emotivo costante e ripetuto, come nel tipo 1
    • attraverso il consolidamento di queste pratiche di vita che ci mettano via via in relazione profonda con il nostro autentico modo di essere.
  • oppure inconsapevole dei meccanismi umani naturali, quindi rivolta all’esterno, come nel tipo 2
    • dove crediamo manchi sempre qualcosa “che ci completi” nelle esperienze, come se aspettassimo sempre un permesso, un pezzo di soddisfazione, di profondità.

E’ proprio un’impostazione della vita, una diversa dall’altra.

La logica del tipo 1 è il principio che regge il senso di avere uno scopo primario, di cui parliamo spesso in queste note.

Il bello è che tutti noi tendiamo naturalmente verso il tipo 1.

Ma per tutti, a volte, questa ricerca rimane sospesa e a chiunque di noi restano delle aree problematiche, di tipo 2, troppo determinate dall’esterno, che non quadrano.

Anzi, è proprio questa accettazione che ci sia sempre qualcosa da far quadrare e che questo sia il bello dell’esistenza, la differenza di atteggiamento che cambia la percezione del benessere.

Quindi qui parliamo di percentuali e di direzioni: in percentuale del mio tempo e spazio, quanto E’ INDIRIZZATO VERSO il tipo 1 e quanto è definito dal tipo 2?

Chi lo ha capito, e ne è consapevole, accetta e governa questo meccanismo, lo rende sano, rispettoso, evolutivo, in modo che faccia bene al Sé, in armonia tra i propri obiettivi, appunto, e quelli gli altri.

E come sempre non è importante se ci riusciamo, ma quanto siamo capaci di invertire i trend. L’importante è che ci proviamo, che andiamo nella direzione che ci giovi di più.

 

Alexander Lowen, nel libro “il Piacere”, individua questi due tipi in chi cerca il Piacere e chi il Divertimento, cui la nostra società ha dato appunto tanto spazio.
Anche Irvin Yalom parla di questi due tipi di vita, citando Heidegger: uno stato di “oblio dell’essere” contrapposto ad un altro di “coscienza dell’essere“.

(Leggiamo entrambe le definizioni dgli autori nel prossimo approfondimento: Due Modi Di Vivere.)

 

Ma queste informazioni, moltitudini di persone le ignorano.

Allora, più prosaicamente, noi siamo circondati ogni giorno da persone che cercano una regola esteriore, narcisistica, esagerata; un’appartenenza, un principio cardine, un’identificazione, quale che sia; e il motivo per cui ci riescono con scarsa soddisfazione è soltanto perché “solo fuori” non ci può proprio essere una sensazione davvero naturale e benefica.

Tuttavia, chi non sa nemmeno che questa pratica quotidiana possa esistere si lascia vivere nel proprio ego, cerca fuori o non cerca niente, consuma e difende i propri meccanismi di riferimento in un’ottica più chiusa che aperta, meno di crescita e più d’inquieto trascinarsi.

Ad esempio, se alcuni aspetti del nostro vivere non si incastrano bene gli uni con gli altri, è forte la tentazione a:

  • sentirsi indotti dai social media ad affrontare i problemi scegliendo tra le offerte comuni a disposizione: gli svaghi, il potere, il successo, il consumo, il possesso ecc.
  • A strutturarci così solo col pensiero e la volontà- sentendo di non poter far altro che  cercare un altro lavoro, un altro affetto, un’altra scoperta.
  • Quasi senza più “sentire” in modo personale, originale;
  • senza più cambiare processo; rassegnati in senso strutturale all’adattamento perenne, quindi anche corporeo, psicosomatico.
  • E alla fine cronicizzando il disagio.

 

Chi invece si muove in termini evolutivi e di progressione:

  • ha più di una disciplina, di una struttura, di una regola nella propria vita corporea, emotiva e spirituale.
  • E si riconosce da come si approccia alle cose: cerca sempre di partecipare, verificare, sentire, migliorare.
  • Ed è di solito più attento all’alimentazione adatta a sé, ai propri gusti, alla crescita, all’uso del proprio tempo, alla negoziazione di desideri e bisogni e a sviluppare le proprie attitudini e inclinazioni secondo interessi che sente sani per sé.

 

In tutto questo bailamme quotidiano di attenzioni, io e molti milioni di persone abbiamo incontrato per caso una pratica corporea, un hobby, una danza, un canto ispiratore.

In che cosa consiste nel dettaglio e come si riconosce, lo vediamo in un punto specifico, indicato qui di seguito, il Tempo Negli Esercizi di Bioenergetica.

Ma in ogni caso, per trovare questa pratica per noi necessaria, è bastato accettare il bisogno di un principio interno che ci regolasse il corpo nell’esperienza.

 

Questa sera una marea di persone si riverserà in una passione che rigenera, struttura e fa crescere interiormente, prima di ogni altra considerazione.

Ed un’altra marea uscirà per strada alla ricerca di consumazioni.

Tu prova ad accettare che cosa desideri di più.

E se non sai da dove cominciare, inizia a frequentare qualsiasi corso, esperienza e abitudine nuova, e accettala dal profondo, piacevole o spiacevole che sia le prime volte: solo così ti trasformerà. Non aspettare che sia solo facile e divertente. Anzi.

Provane tante e alla fine scegli quelle che –dopo– ti fanno stare meglio, nel corpo e nelle emozioni.

E se non sai nemmeno che cosa iniziare, prendi e vai a correre.

E non fermarti mai.

 

Riepilogo. Leggi i punti correlati:

 

Se ti piacciono queste note, visita la pagina Facebook

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*