Accettazione Incondizionata: 23. La Terapia Attraverso le Figure Tragiche

 

 

Aspetti tragici, drammi, tragedie, archetipi e miti, rapporti di forza, condanne a vita, passi e contrappassi, sono tutti utilissimi aspetti sotto la cui lente vedere i propri problemi.

Nel weekend di terapia che normalmente dedichiamo a questi punti di osservazione, vediamo sbloccarsi per i partecipanti l’intero universo proprio e soltanto quando ci si rappresenta come davvero ci si sente:

figura tragica condannata da se stessa
al contrario di ciò che desidera o a essere sempre esclusa o a ignorarsi
proprio come si è stati ignorati da bambini.

Sandro si è sentito da sempre nel limbo, relegato fuori dal villaggio.
Attualmente vive lontano dalla città, dai suoi affetti, dalla sua bambina, vista la recente separazione dalla moglie.
Non può volere nulla: se lo chiede, il proprio desiderio lo rappresenta tiepidamente, e l’altro che si relaziona con lui, non sente che lui vuole davvero…

Poi non crede di potercela fare, quindi chiede e si muove non convinto, ci prova ma in modo solo accennato: “mi aspetto di non riuscirci, perché non me lo merito, ha ragione l’altro che spinge dall’altra parte: io sono sbagliato”.

Per cui, se la moglie gli muove delle critiche, il gancio è servito: ha ragione lei, le attribuzioni, le categorie, i parametri li ha messi lei; e Sandro non li discute nemmeno, se li becca, e si intristisce, adattandosi al copione di chi sbaglia, si sente in colpa, derelitto e solo.

 

Altro meccanismo su cui si basa la figura tragica è il legame (vinculo e sentido, in brasiliano, come ci ha raccontato un nostro collega sudamericano).

Occorre allora cambiare questo vinculo. Vale a dire: Sandro è stato non solo relegato, bensì anche costretto a relegarsi da solo con un gioco di comunicazione sottile ma efficacissimo: tu non sei ok, non sei mai stato come avresti potuto e come avrei voluto, quindi io non incrocio nemmeno il tuo sguardo: sentiti in colpa, hai sbagliato, sei sbagliato, sbaglierai sempre. (Sandro: “non so cosa sia il calore, il focolare di casa di cui tu parli”)

 

Angela è sbagliata, è egoista, si deve sentire in colpa, non solo non può contare sui genitori se qualcosa va male, ma deve sentirsi in colpa anche perché li fa soffrire. Quindi è costretta a sbattersi per riuscire, per avere l’approvazione della madre che non potrà mai avere. Quindi l’obiettivo di Angela senza che lei lo sappia è ritrovarsi sempre in situazioni in cui gli altri la facciano sentire in colpa. E lei li attrae come il pane, i personaggi colpevolizzanti.

 

Sonia ha deciso a 15 anni: “basta, non credo più in voi, faccio da sola, mi chiudo, siete dei cinici”.

E fin qui, lo facciamo in tanti.
“Adesso però faccio un lavoro dove proprio il mio cinismo mi serve per accontentare gli altri, per essere brava, per far bene il lavoro e sopravvivere in famiglia, con il fidanzato, con i capi, così non rompono più le scatole”.

“Che strano destino: ho odiato il conformismo, l’ipocrisia, il fare quello che mi chiedono, in modo insistente e univoco, che io rifiutavo e repellevo…

“…E adesso proprio ciò che odio mi serve per lavorare”.

“Comincio a capire cosa vuoi dire:

  • se lo faccio in modo cinico, senza consapevolezza, lo posso sopportare solo se resto bloccata, inespressa e irrealizzata; posso essere solo metà di me.
  • Se viceversa lo vedo nella sua tragicità, lo supero in modo adulto”.

Solo se si vede così Sonia può uscire dalla sensazione di scacco che sente da sempre.

 

Maia è schiacciata:

  • “Io non posso ‘avere per me’ di fronte a te
  • Tu sai meglio di me, ciò che è meglio per me
  • Quindi non posso ‘tirare la coperta‘ per me
  • Posso provarci solo appena un po’, senza mai crederci davvero”.

 

Annamaria: relegata in un angolo dal padre, ora si relega da sola, credendo di essere baluardo contro di lui, credendo di aver scelto la Maturità mentre pratica la Maledizione: non esce, non conosce, non si permette, non partecipa, non gode, esattamente ciò che da bambina sentiva che il padre voleva da lei.

E ciò che da adulta continua a sentire dal padre con cui convive violentemente e perennemente in conflitto.

Coltiva ancora da decenni due figure tragiche:

  • la Maia che crede di essere sempre migliore del padre e vive isolata in camera sua, dalla quale non esce mai se non per lavoro (adattata alla battaglia perenne)
  • e quella che è convinta, fuori dalla battaglia, di essere malata, che non vale, che si fa trattare malissimo dagli uomini, che non riesce a trovare un lavoro stabile (auto-costretta ad una vita senza mai una gioia).

Esattamente il destino drammatico scelto dal padre per lei.

Federica: “è una vita che ti cerco, che voglio farmi vedere da te, che aspetto che tu torni, che mi dica che esisto, che mi faccia una carezza, che non mi faccia sentire più sola, abbandonata, disperata, in preda ad un orco cattivo che tenta di abusare di me”.

 

Carmen: “posso fare tutto, essere creativa, fuori dal comune, sperimentatrice, multidisciplinare, a patto che resti bambina, piccola, che non mi radichi e non guadagni denaro attraverso il mio lavoro. Posso essere me stessa solo se resto esclusa dalla mia prosperità”.
Questo era il messaggio del padre:

“tu resta bambina che non vai bene come sei, il mondo degli adulti è sacrificio e dolore, affanno e soprattutto è più grande di te”.
“Ti devi sforzare sempre e dividerti e faticare a far quadrare tutto, in modo che ti toglie la pelle di dosso e ti stressa. Perché così è la vita”.

 

Genny: “se mi esprimo fino in fondo, sto male fisicamente, somatizzo, mi vengono perdite di sangue e molti altri sintomi che riportano a bloccarmi”.
“Io sono insignificante, non valgo niente. Se valgo mi sento male. Posso essere generosa, brillante, brava, presente e attenta per tutti, ma non posso farlo nel mio lavoro fino in fondo, altrimenti mi sento male. Da bambina io ero ignorata, senza alcun valore, io non valevo la pena. Venivo sistematicamente sopraffatta dal dolore di non essere riconosciuta, dolore fisico, intimo, impossibile da sopportare”.

 

Mimma: “posso solo sentirmi esclusa dalla mia vita e da ciò che voglio costruire secondo il mio sentire e le mie qualità. Posso esser generosa e presente, anche soprannaturale, pranoterapeuta con i miei clienti; posso dimostrare sempre qualcosa fuori dal comune; posso dedicarmi ai bambini; ma non posso che desiderare di esistere pienamente come donna e come professionista da fuori, da lontano, perché questo è il copione che mi è stato dato alla nascita. Tu non dovevi nascere. Tu non vali, tu puoi solo sacrificarti”.

 

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