Il Paradosso della Progressione

 

A volte per progredire davvero occorre stare e smettere quelle che pensavamo fossero progressioni ma non ci hanno portato quanto promesso.

 

Quindi spesso occorre stare e accettare la sensazione di non progredire per andare avanti davvero.

E usare altri indicatori per verificare se stiamo evolvendo in modo differente: più largo, ampio e profondo, meno reattivo, senza più “muoversi per muoversi”, ansioso.

 

Quando e come si affronta il paradosso “stare per progredire”?

Quando ci rende conto che è arrivato il momento in cui per sbloccare pezzi di vita occorre accettare completamente di stare.

E’ un argomento poco approfondito perché paradossale:

ad esempio, nel cambiare lavoro è provare prima a fare totalmente bene il lavoro che si sta svolgendo. Accade quando per qualche strano motivo, il cambio di lavoro non avviene mai… siamo spesso lì lì per essere scelti da qualche altra azienda, eppure…

Allora è il momento di cogliere segnali opposti, di provare il contrario.

 

Nelle relazioni è stare con tutto se stessi di nuovo con chi in realtà vorremmo lasciare.

Poiché altrimenti non sapremo mai quale sensazione è verità o ennesima proiezione della nostra voglia di fuga e di ripetere sempre gli stessi cammini.

Ciò perché è nel rapporto dentro di noi, con tutte le nostre parti, che si svolgono le dinamiche.

Il lavoro e gli affetti giocano a camuffarsi con le nostre strutture interne create da bambini…

Pertanto, solo così possiamo evitare la proiezione di qualcosa di antico e profondamento interiore, su qualcuno o qualcosa che “apparentemente” non sopportiamo più.

E’ per questo che occorre evitare di agire su qualcuno -che è fuori di noi- ciò che ci agita da tanto tempo, “dentro”.

Poi, col tempo, saremo più sicuri che l’altro è il problema, oppure siamo noi.

E allora sarà tutto più semplice e gestito in pace, e secondo natura.

Molto banalmente, alcuni giorni fa un narcisista mi irritava enormemente. Senza consapevolezza lo avrei appeso al muro in modo irreparabile.

Da anni però mi sono reso conto che -ogni santa volta che l’ho fatto- che ho agito queste proiezioni, la natura me le ha rigettate contro, come è giusto che sia.

  • Vale a dire che si sta peggio, non meglio;
  • che ci si chiude sempre di più, anziché aprirsi;
  • ci si sente sempre sugli stessi, contorti binari della propria esistenza;
  • senza un respiro nuovo, più pulito ed intenso
  • e fuori da una vita che desidereremmo migliore, molto più soddisfacente.

Ma l’enorme differenza è saperlo, averne coscienza, e limitare piano piano tale modo di fare e di essere.

Ho già raccontato di quella giovane madre che aveva in odio il marito, improvvisamente, dopo la gravidanza. Era venuta in terapia proprio perché si rendeva conto che c’era qualcosa d’incredibile, paradossale, perché fino a poche settimane prima adorava il marito e poi, di colpo, lo aveva iniziato a non sopportare più.

In capo solo a pochi mesi di lavoro su se stessa, emerse in un’esperienza in terapia la piena consapevolezza:

“Non è lui che odio! E tutto il genere maschile. Odio mio fratello. Mi toglie l’affetto di mia madre. Ho 4 anni. E lui è sempre quello malato, in pericolo, scavezzacollo, e io devo fare la brava, e per me non c’è mai attenzione, considerazione, affetto, accettazione.
Io devo sempre sopportare, sacrificarmi, non avere mai ciò che desidero”.

La gravidanza e il parto, con tutta la sofferenza e il sacrificio che comportano, avevano soltanto fatto riemergere un vero e proprio trauma irrisolto.

Così funzioniamo. E più lo sappiamo e meglio possiamo stare.

 

Personalmente, emerse nella mia terapia la dinamica del fuggire che io attuavo per restare in relazione. Come vedete, sono sempre paradossi:

come si fa a fuggire per restare in relazione?

Ma queste sono le vie tortuose imparate nelle nostre atmosfere famigliari d’origine.
Di fronte ai problemi di relazione, io mi allontanavo, mettevo distanza di qualsiasi tipo: fisica, geografica, di presenza ma con la testa fra le nuvole, di spazi solo miei.

“beh, allora torno da dove vengo” – dissi in terapia.

“Bravo pirla” – mi rispose il terapeuta. Andresti solo un’altra volta via di qui, dai problemi, dalle relazioni… e senza nemmeno renderti conto. In una ricerca continua. Impossibile”.

Ecco perché occorre stare anziché andare per progredire davvero.

Per questo da allora qualsiasi attività, o relazione, o impegno, io viva, la vivo al massimo, nello stare e nel sentire. Senza più chiedermi niente. Né se mi piace, né se è il mio scopo primario. Do per scontato che lo sia. E solo così scopro se lo è. Apprendo qualcosa di vero degli altri e di me.

Accetto.

Se sono qui, con questa persona, in questa situzione, ci sarà un motivo.

E ascolto.

La mia ferita era la paura.
La declinavo in:

  • Paura di non essere all’altezza
  • Di essere ignorato
  • Usato
  • In gabbia

Ho semplicemente accettato di sentirla, senza dover fare nulla per agirla né risolverla.

In questa luce, il capo o la relazione affettiva assumono una luce completamente diversa:

a) più ci dimostrano che noi non ce la facciamo
b) e più ci confermano che non è possibile uscire da questa ferita.

In questa accezione la mattina dopo la seduta di cui sopra, andai in ufficio e quasi abbracciai letteralmente tutte le difficoltà di quel periodo. Le ringraziai.

E da allora, non ho più smesso. Perché questa paura non mi faceva stare dentro di me e andare in profondità.

Da ferita che fa vivere feriti, offesi in perenne difetto, diventa la nostra più preziosa alleata. Un segnale, un allarme, è un semplice ricordo di un trauma.

E questa dinamica è molto comune anche con le altre ferite: sentire di non esistere, di non essere amato, schiacciato, ecc.

La ferita si mostra così per quello che è: un preziosissimo dono.

 

La sensazione corporea ed emotiva, quando accetti davvero di stare, è rivoluzionaria:

senti chiaramente che finalmente non sei più tu a dover girare per cercare.

Senti che sono le occasioni e le persone che ti considerano di più e ti fanno partecipare.

Senti che tutto progredisce intorno a te e tu sei al centro.

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