Evoluzione Sostenibile: 2. Sostenibile Vuol Dire Oggi


 

 

 

 

 

Il senso dell’evoluzione sostenibile è immediato:

è sostenibile oggi questa vita prima di tutto dentro di me?

Quando i clienti vengono in terapia, di solito è perché la risposta è no: non la sostengo più questa esistenza, nei termini quotidiani che vivo oggi.

E la loro sorpresa è evidente quando -un volta compreso che cosa ci ha portati in quel punto e averlo accettato incondizionatamente- scoprono quanto è prioritario dirsi:

è sostenibile questa nuova visione, prima di realizzarla davvero fuori di me?

Perché delle due l’una: o me la sento già addosso oppure non si realizzerà mai all’esterno.

 

E’ questa l’accezione migliore per il reale mutamento di prospettiva sentito ed efficace.

La salvaguardia della legittima sostenibilità è uno dei cardini della nuova vita che si sceglie in terapia: e all’arrivo nel mio studio per la prima volta, non è scontata per niente. Anzi, nel leggere i casi che adesso v’illustro, la stragrande maggioranza dei lettori li valuterà incredibilmente esagerati, salvo poi non vedere all’inizio e rendersi conto solo successivamente, quali aspetti della nostra personale esistenza sono insostenibili come e più di questi.

 

Il caso di Romina e dello studio. Una mia cliente, di pochi mesi fa, ha avuto una serie di epifanie. Si è sempre sentita attaccata, suggestionata da storie della sua comunità d’origine di una zona di montagna dell’Europa dell’Est. Storie di fantasmi, di spiriti, di paure e superstizioni che l’hanno resa sempre intimorita. Ha poi accettato che tutte le situazioni della sua vita, principalmente il rapporto affettivo, erano dipendenti e sarebbero sempre dipese da questo mondo interiore pieno di frasi inibenti qualsiasi iniziativa. Si era scelta così sempre partner che in qualche modo la “tenevano bassa” e non le concedevano il rispetto e il sostegno che lei da una vita desidera. Ha scoperto così la leggerezza, i nuovi entusiasmi, la ritrovata sicurezza di sé, la capacità di auto-sostenersi e di ‘fare da sola’ l’adulta che ha sempre desiderato al proprio fianco.

Tuttavia, in questo periodo, proprio su questa splendida leggerezza, ha basato una serie di decisioni improvvise, orgogliose e difficilmente sostenibili, se non con gli stessi sacrifici e rinunce in cui è sempre incappata. Ed ha difficoltà a vedere che i suoi soliti meccanismi si stanno ripetendo di nuovo. Ha deciso che uno dei cardini della sua sensazione di inferiorità rispetto al partner e agli altri in generale, è il suo livello di istruzione, oggettivamente basso.

Allora, a 42 anni, ha scelto di lasciare tutto, tranne il lavoro, e iscriversi ad un liceo serale, dalle 18 alle 23 tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, per i prossimi 5 anni. Al termine, il progetto prevede di frequentare l’università, sempre serale, e di concluderla in altri 5 anni. Ha quindi lasciato la terapia, gli interessi, gli hobby, gli amici e avvisato i figli e il partner che lei adesso è impegnata per recuperare la propria vita e quindi non può più occuparsi di loro, ma anzi, ha bisogno del massimo sostegno per i prossimi 10 anni.

Ora, qual era il problema di Romina quando era arrivata in terapia? L’orgoglio, lo sforzo, la testardaggine quando si mette in testa una cosa, il sentire che gli altri non la sostengono, la mancanza di piacere quotidiano e di benessere, sempre rimandato.

E cosa sta facendo in questo momento? E cosa succederà nei prossimi anni secondo voi?

Si sentirà al centro di uno dei tanti paradossi, tir’e molla e incapacità di scegliere di cui parliamo spesso qui e che ci portano poi dritti in terapia:

  1. Se continuerà sarà solo per orgoglio rispetto al beneficio che si aspettava ma che per definizione non può essere soddisfacente. Dovrà così sopportare uno stress e un’insoddisfazione a rischio psicosomatico grave.
  2. Se invece decidesse di smettere- si sentirebbe di nuovo fallita, senza speranza, prigioniera di una vita grigia e relegata in un angolo, che è esattamente ciò che quella scelta di studiare così tanto solo “per recuperare autostima”, voleva in realtà raggiungere: la sua ferita: “io non valgo, ho paura, posso solo sopravvivere…”.

E quante volte noi stessi ci comportiamo allo stesso modo senza accorgercene?

E quante energie, denaro, sacrifici veri e soddisfazioni effimere evochiamo nelle nostre imprese, pur di NON farcela?

 

Il caso di Fabrizio e del lavoro ogni weekend. Quando ho conosciuto Fabrizio lavorava tutti i weekend, nessuno escluso. Era stato spedito in terapia, pena la separazione, dalla moglie inviperita. Piano piano iniziò-a-poter-intravvedere-di-proporre-ai-propri-soci-di-non-lavorare-proprio-tutti-i-sabati-e-le-domeniche-mattina (pausa: sospiro), e alla fine, anche di fronte ad eccezionali rimostranze, ce la fece e adesso è abbastanza acquisito che lavori fino al venerdì, se non a volte, in cui “passa” il sabato a vedere come stanno le cose.

Inoltre, si è imposto di non uscire più alle 9 di sera dall’ufficio e di staccare alle 7. Il proprio capo, socio di maggioranza, gli ha fatto comunque capire che la sua carriera in questo modo è finita, se sceglie così apertamente la famiglia rispetto al lavoro.

Sentite? E’ come se Fabrizio avesse scelto il part time… (e poi anche se fosse?).

Eppure è così. Adesso Fabrizio è abbastanza disadattato, non sa davvero chi è, si sente addosso sensi di colpa infiniti e ha deciso di affrontare anche gli altri problemi: i rapporti sessuali sporadici e tiepidi con la moglie, la necessità e la naturalità di entrambi i partner di avere un figlio e quindi lo spazio indispensabile nella loro vita da preparare per la sua futura nascita.

Quello che tuttavia Fabrizio non ha cambiato e non ha capito che occorre trasformare è se stesso: non vuole fare esercizi di bioenergetica e la sua terapia è solo ed esclusivamente di pensiero, parola, appunti scritti. Anche la consulenza con il sessuologo cui la coppia si sottopone è tecnica: prende appunti su come fare, cosa fare, come predisporsi e su quali farmaci prendere.

E fino a quando la sua vita, dentro di sé, sarà insostenibile (rifiutata) dal punto di vista corporeo, emotivo, di benessere reale, di “star dentro” alle situazioni, di abitudini molto più sane e naturali e di considerazione della moglie come un essere umano in carne ed ossa e non un entità pensata e pensante che risponde a criteri di razionalità e basta, non ci potrà essere alcun mutamento concreto di prospettiva. E se lui non si prende in carica da solo e totalmente la responsabilità di accudire se stesso e le emozioni nel proprio cambiamento, senza cercare compromessi e soluzioni ad incastro da seguire come una procedura, allora non ci sarà evoluzione e resterà solo disagio e disadattamento.

 

Il caso di Gertrud e del ristorante. Gertrude, detta Gertrud, alla tedesca, per la sua inflessibilità proverbiale, gestisce il ristorante della propria famiglia sulle alpi da generazioni e generazioni. DI fronte ad una sua malattia grave, per un lungo periodo totalmente invalidante, tutto il sistema della famiglia-lavoro è andato in crisi. E lei con lui. È esplosa una vita di militanza che portava avanti fin da bambina e si sono frantumate le responsabilità caricate sulle sue spalle solo perché lei è la più grande in famiglia.

Lei è la titolare responsabile dell’azienda, e i fratelli, regolarmente stipendiati, non si recano nemmeno al lavoro. Quando si è trattato di essere vicini a lei, malata, in realtà crollata psico-somaticamente, le è stato risposto che occorreva provvedere con altro personale, perché le loro vite non potevano certo interrompersi solo perché lei era malata (!).

E in terapia, non è stato facile dimostrare che avevano ragione loro: erano insensibili e ingrati, e su questo eravamo d’accordo; ma lei ha preparato, predisposto e agevolato tutta questa situazione.

E se lei non avrà il coraggio di far saltare davvero tutti gli equilibri e dedicarsi ad una nuova vita -che lei realizzerebbe facilmente e con soddisfazione attraverso il suo B&B nella loro villa- tutta la situazione le si rivolterà sempre contro.

Mentre lei, in queste stesse settimane, sta accettando l’idea che non vuole rinunciare a cercare una soluzione di compromesso difficile da trovare, che accontenti tutti.

E’ da una vita che cerca compromessi per accontentare tutti.

E non vuole, non riesce, non è capace di ammettere che delle due, l’una:

  • o accetta una vita dimezzata -ed è dire poco-
  • oppure fa saltare tutto e si dedica a se stessa, come avrebbe in realtà sempre voluto, senza compromessi e con tutto il piacere, la soddisfazione e le energie a disposizione.

Quanto lei ha chiaro e desidera davvero vivere appieno? Questa è la domanda reale da porsi.
Senza compromessi, per milioni di noi, è una frase impronunciabile.

 

Tutti i casi sopra riportati seguono lo stesso schema evolutivo.

Ma cosa dovrebbero fare queste persone?

Abbiamo provato a seguire gli stessi esempi, negli articoli successivi, in particolare: Le leggi dell’Evoluzione Sostenibile. Proviamo a leggerli e troveremo spunti concreti, che è la chiave di tutta la faccenda che il mondo chiama terapia.

Per questo ho ritenuto prezioso cercare il filo comune che riporto in queste note: è la traccia di un modello terapeutico che può dare i suoi frutti.

Chiarire ed esplicitare il modello, aiuta a mettere in luce gli sviluppi possibili della nostra vita, diminuirne i tempi morti ed evitare di smarrire la strada; serve ad avere un navigatore nel cambiamento e nell’individuare che cosa sembri cambiamento e poi non si riveli per niente tale.

E’ un’informazione cruciale poiché il rischio, in questo terzo passo verso il benessere, è che –un attimo dopo aver vissuto finalmente la leggerezza profonda- ci sia un ritiro: il classico esempio: ho imparato la lezione, adesso non mi fregate più e quindi, la mia nuova leggerezza, la coltivo in segreto, difendendola e non facendola più diventare il trampolino di lancio per relazioni diverse, scintillanti, entusiaste.

Continua la lettura:

 

Sul Ritiro possiamo leggere:

 

Riepilogo:

Serie di articoli Correlati: Qualcosa di Significativo.

 

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