Visione Radicata: 22. Una Visione Non Radicata – il Caso Di Anna

 

Che cos’è e come si presenta una Visione non radicata?

“Ogni volta che c’e un grande progetto io ho necessità di dividerlo in piccoli progetti legati al piacere”.

 

Fin qui Anna aveva il polso della situazione.

Ma poi le sue sensazioni giravano sempre su se stesse.

Cioè non “chiudevano la gestalt”: non finivano di spiegare che cosa succedeva immediatamente dopo.

 

E lei continuava a sentire che questo bisogno di occuparsi di piccole parti di un grande progetto le dava sollievo e la rendeva più concreta ed incisiva, ma la disperdeva: “eh sì comunque mi sento sempre dispersa in mille rivoli. Prima almeno ero più eterea. Adesso sento che l’analisi mi ha reso concreta, ma proprio per questo faccio fatica a seguire tutto. Mi viene voglia di fermarmi e di non fare più niente”.

 

Fu un’intuizione a farla di nuovo progredire: “Se mi piace non puo’ essere grande!”.

“In che senso?”.

“E’ incredibile! E’ come un’illuminazione! Se mi piace non può essere grande! Me lo ripeto da decenni!
So che viene da mio padre. Ogni cosa lui ha l’ossessione che diventi grande, importante, socialmente utile, politicamente riconosciuta (!).

Ho discusso un’infinità di volte con lui: è in politica, in associazioni culturali, sportive. E per questo a Milano è molto conosciuto. E mi ha sempre coinvolto in riunioni, manifestazioni. Per me bambina era pesante e incomprensibile. Allora mi rifugiavo nelle mie arti: disegno, creazioni di oggetti, gioielli, ceramiche. E ricordo chiaramente: non volevo che nessuno le vedesse. Solo mia madre. Se le vedeva lui, mi diceva subito: che belle cose! Dobbiamo subito farle conoscere. Ed io scoppiavo a piangere.
Solo ora mi rendo conto: faccio cose belle, di pregio e quando qualcuno mi dice che sono belle, ho paura che me le portino via.
Per questo la mia arte non può diventare adulta e darmi da vivere: se mi piace non può essere grande! Capisci? Pazzesco…!”.

Col tempo, Anna andò a trovare il padre e a manifestarle tutto il suo dolore. Si spiegarono, piansero e si riconciliarono.

E questo sbloccò davvero la sua vita:

 

“Oggi so che ogni volta che produco bellezza, sentirò sempre la fragilità della mia vita che viene portata via, travolta. Ma può durare un attimo. L’attimo del ricordo. Vero. Poi emerge la verità: sono felice: perché so che quel qualcosa sarà sempre mio e in comunicazione con qualcuno che lo compra, nel senso che mi nutre e resta con me per tutta la vita. E l’arte non è più una fuga e un rifugio. È un atto di vita, creativo, uno scambio, una comunicazione, un’affermazione”.

“Ma ho dovuto riconciliarmi con mio padre, dentro di me. Per fortuna era ancora vivo, ma l’avrei fatto comunque, perché è l’immagine di mio padre dentro di me che ho fin da bambina, quella che conta…”.

“Oggi -conclude asciugandosi le lacrime- sono felice di affermarmi nel mondo. Prima ne avevo solo paura”.

 

Questa è finalmente una Visione Radicata.

“Povero papà: lui era solo fiero di me. E gli sembrava incredibile che una bambina producesse un livello tale di arte.
Adesso lo capisco: una frustrazione enorme per lui. Un dolore per me. Ora ci siamo spiegati. Dentro di me.
E sono libera finalmente di dedicarmi alle creazioni che mi coinvolgono. Con tutta me stessa”.

 

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Riepilogo:

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