Leggerezza Profonda 29. La Banalità del Male

La Ricetta del Paradosso

 

A. voleva la stabilità economica. Gli ho detto:

“Prova a rinunciarci. Respiri precarietà da quando sei bambino. Vuoi solo dimenticare la tua storia. Non è proprio possibile. Al posto tuo proverei per 1 mese a dirmi che non è importante”.

Sta già molto meglio.

 

B. voleva riconoscimento…. stiamo provando ad ottenere il contrario. Che il riconoscimento mai nemmeno percepito, si può solo sopportare. Ed è inutile cercarlo fuori.

Si sente sollevato come mai nella vita.

 

Non mi è mai interessato dare prova scientifica del fatto che queste tecniche funzionano.

Si vede che funzionano.

Quello che mi interessa -ed è il mio mestiere e il mio scopo primario- è sempre stato chiedermi:

“… si va bene, ma come fare a sostenere il reale cambiamento…? Materialmente… in terapia, nella formazione, nello sviluppo personale, ovunque: come si fa concretamente?”.

Fino a che pian piano mi sono accorto che nella pratica quotidiana non facevo altro che tradurre gli insegnamenti dei nostri padri fondatori delle diverse terapie in informazioni semplici e utili, immediatamente fruibili e perciò preziose.

Vere e proprie boe, cardini del cambiamento a cui attaccarsi nel mare magnum dei problemi della nostra epoca. Utili prima di tutto per me, con molta modestia.

E rendermi conto negli anni che era già tutto lì.

Poi porre semplicemente il mio esempio: io ho fatto così: ti può aiutare?

La prima pietra miliare da cui partiamo sempre, è proprio l’accettazione incondizionata. Che badate bene, funziona anche per il benessere e a prescindere, come pratica quotidiana. Come filosofia di vita. Solo così può funzionare. Non solo perché io abbia oggi un problema. Come tutti i principi della natura.

Quindi, ora, per cortesia, facciamo insieme questo piccolo esperimento che compiamo ogni settimana con i nostri clienti:

Hai un grande problema? Hai un desiderio irrealizzato da tempo immemore…?

Prova a rinunciarci completamente… e stai lì ad immaginare cosa succede. E stacci, una, due, tre settimane.

Per approfondire: Questionario: So Accettare Davvero?

Di solito servono almeno da 3 settimane ad 1 mese per per instaurare un cambiamento… perciò noi pratichiamo i cambiamenti di 30 giorni…

E vedete che cosa accade. Il primo miracolo che vi dovrebbe già dire qualcosa, è che state subito meglio… senza più quella tensione compensatoria che vi agitava così tanto.

Ecco cosa intendiamo nella Ricetta del paradosso: occorre prescriversi il paradosso. Non riesci da una vita a raggiungere qualcosa? Rinunciaci. E vedrai in poche settimane che raggiungerai proprio ciò a cui hai rinunciato, nel senso che starai molto meglio, che è ciò che vuoi realmente, e avrai compreso la verità su di te: che ti lanciavi in qualcosa di irraggiungibile.

E alla fine, ti renderai conto di averlo raggiunto comunque, nella forma, nell’oggetto e nella misura più naturale possibile.

 

La vita è una questione di diaframma. Rilassato o teso.

O staccate la tensione verso l’illusione o non potrete evitare la delusione.

La persona A. di cui sopra, infatti, sta meglio perché da 24 anni ormai stava combattendo una battaglia per emergere, guadagnare e non sentire mai più la precarietà della sua infanzia. La quale tuttavia persisteva appunto dalla sua nascita, senza mai recedere.

Allora semplicemente abbiamo preso l’accordo di simulare per un mese di doverci rinunciare completamente.

“Mai e poi mai potrò sentirmi senza ansia da denaro e da precarietà. Perché non è fuori che la sento, ma dentro, e da sempre. E -se non spezzo questa catena, rinunciando finalmente a fare di tutto per non sentirmi precario- fuori non farò altro che attrarre precarietà”.

E’ la banalità del male.

L’attrazione a star male.

Sono bastati due giorni di questo mantra-verità, a farlo stare sollevato come mai nella vita, e a fargli poi emettere un sospiro liberatorio lungo un mese.

 

Rinunciare a risolvere è il primo miracolo dell’Accettazione Incondizionata.

Abbandonare finalmente i vicoli ciechi vuol dire accettare, riconoscere quella tensione o sottile ansia da insoddisfazione come costitutiva-famigliare e quindi a prescindere. E per questo irrisolvibile nei modi consueti. E invece così solubile se vista nella sua essenza.

Ma allora? Mi chiedono? Non lo volevo davvero?

Esatto.

“Cioè non volevo risolvere davvero la mia precarietà, bensì attrarne sempre di nuove per risolvere ancora e ancora?”.

Ecco.

 

Ma il secondo miracolo che l’accettazione  ci porta -quando è esercitata come pratica e filosofia, e quindi incondizionata davvero- è proprio questo: se i problemi non sono mai quello che sembrano…

Allora, cosa possiamo fare…?

Ci sono tecniche guidate per capire attraverso il nostro inconscio qual è il reale problema sottostante… il quale c’è sempre. E di solito è sempre uguale a se stesso.

E scoprirlo muta tutta la prospettiva.

E vi pare niente?

Alcuni esempi di questi stravolgimenti di vita  li abbiamo descritti nel punti successivi.

 

Ma anche prendendo solo l’esempio di cui sopra, A. voleva, in realtà:

1) solidità economica per poi sentirsi…

2) …finalmente soddisfatto e realizzato…

…e così, alla fine, quel che vuole di più:

3) in pace e sereno.

  

In questo modo, scopre che solo andando al desiderio più vero e profondo (il terzo: sentirsi ora e per sempre in pace e sereno, come PRESUPPOSTO e NON più come SCOPO, convivendo con la sua insoddisfazione che deriva da chissà quante generazioni precedenti…) potrà non solo percepirsi da subito molto più nella verità e in pace e sereno… nei limiti di ciò che riesce, certo, ma ora con tutto se stesso, sapendo quel che sta facendo davvero (!)…

…Ma soprattutto riuscirà a non attirare più finalmente problemi di denaro e di precarietà a vita…

… che servono solo per risentire la fatica e l’impossibilità di stare in pace e sereno e NON per risolvere problemi cosicché DOPO possa sentirsi meglio.

Si sente la banalità del male?

Una cosa è SENTIRE i problemi di precarietà, che a casa da bambini abbiamo respirato… UN’ALTRA COSA è costringersi ogni giorno a doverli RISOLVERE, convinti che siano problemi reali, veri, e che poi staremo meglio.

No. Non funziona così. Sento, sopporto, non faccio niente e mi lascio appassionare comunque da altro.

“E’ vero -mi ha detto la persona di cui sopra- il vero problema è che non stacco mai dai problemi. E adesso che sto staccando, mi rendo conto che non sviluppo nulla di accogliente, costante, coinvolgente. Non lo so materialmente fare. Non so sviluppare leggerezza. E’ questo il mio reale problema”.

Da fuori ha visto lo schema e si è sentito folgorato sulla strada di Pescara, se mi perdonate la citazione colta.

  • Io voglio da sempre vivere in pace e sereno
  • Ma non faccio niente per questo
  • Attiro invece e invento problemi
  • Per far finta di risolverli
  • E stare lontano dalla pace e serenità
  • Solo perché in realtà non credo di meritarla, convinto dalla mia ferita, dalla mia educazione famigliare, che io non ne sia degno

 

E questa pratica spalanca un solo cammino di crescita, preciso, conseguenziale, logico. Per lui: imparare a sviluppare pace e serenità. Oggi. Ogni giorno.

Per altri sono questioni diverse. Ciascuno ha le sue.

Perché il processo di accettazione ti obbliga a passare un certo tempo a ripeterti che puoi stare con il problema perché non esiste in realtà…. O ne camuffa un altro.

E allora, amico mio?

Una mattina, accade invariabilmente come una fioritura… e le persone percepiscono che … se non cambia niente con la volontà, l’ego, la determinazione, e noi saremo sempre caratteriali, compensatori, e in cerca di qualcosa che non possiamo avere…

… ci possiamo soltanto catapultare con tutto noi stessi nella giornata di oggi, tutti i giorni…

Ed è come un’illuminazione… solo leggerezza profonda, oggi… conta solo l’intensità…

Si veda in questo passaggio la distinzione netta tra l’elenco della Leggerezza e quello della pesantezza. Sono 2 vite completamente diverse.

E allora se infondo tutto me stesso -di nuovo come da bambino- in ogni cosa che faccio… ri-scopro che ritorna in misura di 1 a 1 solo quello che investo per il puro piacere di farlo… più intenso è, meglio è…

… e posso radicare le abitudini quotidiane legate al piacere… rituali di benessere e mai più enormi obiettivi compensatori…

Qui e solo a questo punto -se e quando agisco in questa direzione…

(non quando mi limito soltanto a capire!)

…cambio completamente la visione di me e della mia vita… valorizzo finalmente le mie risorse…

Allora sento che vale la pena essere me, finalmente. Non sto poi così così male come credevo… e vale il rischio di buttarmi a vivere la vita che vivo oggi…

E se lo faccio non solo mettendo più corpo nella mia vita, ma catapultando il corpo e le sue emozioni reali al centro della mia giornata… allora i risultati saranno esponenziali e profondi, radicati, duraturi…

Queste sono le strade per una piccola felicità.

Semplici, facili, accessibili. E utili. Tutto qui.    

Quindi la ricetta del benessere è fatta da ingredienti fondamentali, tutti rigorosamente biologici.

E cucinati insieme al corpo, q.b.

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