Che Cos’è l’Acqua

Non ci siamo capiti:
perché dovremmo pagare
anche degli extra
a dei rincoglioniti?
Franco Battiato.

 

Forse non ci siamo capiti. Di cosa sei certo, certissimo, ci potresti giurare sopra con la mano sul fuoco? Bene, stanne certo, è falso, è solo la tua ferita. Quella non è la verità. E’ una bugia. Una menzogna totale. Una bufala. E una grana colossale. Per te.

E’ il tuo mondo. E il tuo mondo è ferito.

Ma di solito, le persone non lo sanno fino a quando non confrontano le loro convinzioni con qualcuno che ne sa, ne mastica, ne capisce. E che cosa mastica, che cosa capisce: che le nostre convinzioni più profonde, le massimali, le certezze, sono sempre e soltanto bugie. Solo che noi non ce le diciamo apertamente. Allora il gioco è celare a se stessi. Mentre gli altri ci beccano al volo.
Quindi siamo un mondo di falsi che si muovono credendo chissaché e mentre lo fanno beccano al volo le falsità degli altri e non di se stessi.

Quando allora in terapia ci si confronta sulle convinzioni profonde -e uh, se ci confronta- vengono fuori della gabellate tremende. Oggi i giovani le chiamano triggerate (da trigger). Ma comunque: volete delle prove? Il mio amico di cui parlo spesso, che è equiparato ad un attore di Hollywood pluripremiato con l’oscar più volte nel suo mestiere, continua a essere convinto di non valere nientissimo. E’ una specie di Meryl Streep nella sua arte, per capirci. E questa sua convinzione lo spinge a sacrificarsi dibbestia per la sua ricerca, ad avere problemi fisici inenarrabili e a godersi la vita pochi secondi al mese. Le sue opere e il suo modo di vivere e già solo parlare con lui hanno del sublime e a tratti meraviglioso. Ma proprio perché lui si sente una merdaccia inqualificabile rispetto all’empireo dei suoi eroi e agli altri, chiunque sia riuscito a reputarsi adeguato e in pace e a godersi la vita.

Quindi… ricapitoliamo: lui fa qualcosa di meraviglioso. Si sente uno schifo. Questo sentirsi una nullità rende avere a che fare con lui indelebile, toccante, proprio grazie a questa sua sofferenza e modestia e umilissima applicazione.

Lo dico spesso: facciamo che siamo ad Hollywood, e a chiunque di noi domani sera venga assegnato l’oscar per tutta la carriera. Diciamo un Morricone o un Benigni (di cui tra l’altro nel mondo del cinema si narrano leggende non da poco sulle sue reali infelicità e fissazioni). Ecco che la notte prima noi ci sentiremo né felici né contenti e figurati se soddisfatti. Macché. Bensì ancora più nel panico perché convinti che è arrivato il momento in cui finalmente scopriranno che impostori totali noi siamo.
E la cosa realmente originale è che la vita ci dà l’oscar per come ci siamo rovinati applicandoci senza sosta né soddisfazione.
Più travagliato sei e sofferenza indicibile e comprensione e vicinanza all’altro e alla condizione umana sviluppi, e più sarai premiato. Perché conosci di più la vita.

E’ notizia di questi giorni orbi che Giorgio Armani a tipo 86 anni è stato premiato con una cosa irrisoria per ciò che ha fatto e ricevuto forse mille volte, un premio tipo Grand’Ufficiale della Repubblica. Emozionato e sincero, ha dichiarato: non ci ho dormito tutta la notte.

Una volta ero a Francoforte con l’amico di cui sopra -l’ho accompagnato per vivere insieme quell’atmosfera- ed eravamo nella fiera più grande del mondo di fronte al più grande commerciante d’arte del mondo, che era ovviamente della Cina (il più grande del mondo che viene dal più grande mercato del mondo, non so se riesco a rendere le dimensioni) il quale voleva un’opera di questo mio amico. Ma tirava ovviamente sul prezzo. E io stesso, nel mio inglese stentato, sono intervenuto per dire: ma il mio amico vuole te, tu vuoi davvero rappresentare il mio amico in Cina e nel mondo? Lui ha risposto con un gesto in alto, aggiungendo che il mio amico era per lui nell’empireo dei grandissimi di tutti i tempi. Silenzio. Io guardo il mio amico. Bene allora. Ci salutiamo. Ci incamminiamo. Ecco cos’è l’acqua, dico al mio amico. Cosa? Niente. Allora? Allora che? Allora cosa te ne sembra? Che siamo condannati. Lui scoppia a ridere. A che cosa? A non voler vedere quanto siamo già bravi e già lassù. E a quanto ci consideriamo sempre molto giù per continuare a sbatterci fin quasi a morire per trovare come salire fino ad arrivare dove siamo già.
E non solo tu, che sei nell’empireo, ma tutti noi, nessuno escluso. Solo che su di te si vede meglio.

Al ritorno, da solo, tratteggio schemi sul finestrino dell’aereo. Ci arriva ogni volta quel che è necessario, sufficiente e adeguato. E’ il fatto che noi non lo consideriamo adeguato che è sbagliato. Profondamente sbagliato. Oggi vedo e sento chiaramente ciò che è sempre stato per esempio il mio vizio di forma. Aspettarmi un aiuto. Esterno. Da mia madre. Non da me stesso. Che la professione mi dia. Che la coppia mi dia. Che l’affermazione mi dia. Prima ci pensavo continuamente. Da sempre. E’ l’acqua in cui mi muovo. La storia dei due pesci recita così. Se ne vanno tranquillamente nell’acqua. Incontrano un altro pesce più grande, il quale li saluta: olà, ragazzi, com’è l’acqua oggi? Loro non rispondono, continuano, restano perplessi. Poi uno fa all’altro: cos’è l’acqua?

Ecco, la mia era l’esclusione, l’altrove, l’altro, il fuori, il dovere, lo sbattermi, il non poter arrivare mai, la mancanza, l’aspettarmi ogni volta qualcosa che non può arrivare da fuori per definizione. Certo, io lo facevo meno della mia famiglia, vista l’analisi e il lavoro su di me. Certo, non era la mia acqua. Era quella in cui sono cresciuto. Quindi per me normale, ma da cui ero talmente imbevuto che non potevo rendermene conto se non da fuori dall’acqua. Quindi era la mia acqua. C’è poco da fare. Ero comunque proteso in avanti come loro, a desiderare qualcosa di costitutivo, che sembrava esserci stato tolto.

Invece, oggi so la verità: mi arriva ogni giorno ciò di cui ho bisogno. Il denaro contante che mi basta, le cose e le persone appena sufficienti per avere necessario e così via, in tutto. Giudicarlo insufficiente rispetto a quanto presumo mi dovrebbe arrivare, è il problema. Dovrebbe arrivarmi in base a che cosa? Questo è il trigger. Se lo so, se lo assumo, che ciò che arriva è sempre bastevole e abbondante in sé, scopro che il problema è in realtà la soluzione. ‘Cercare qualcosa che arrivi di più da fuori e che non basta mai’, non è il problema vero, è la soluzione inversa per accendere ogni volta in circolo vizioso nella mia vita, a patto che il giro non finisca mai. Allora io, noi, andiamo a farci aiutare fingendo di voler risolvere questo giro infinito, ma la vera difficoltà inizierebbe davvero quando dovessi e volessi seriamente risolverlo, perché dovrei accettare davvero e fino in fondo che è un obiettivo sia fasullo che impossibile. Sto cercando una follia, e per capirlo devo cambiare acqua, e non ne ho proprio l’esperienza e non saprei come respirarci dentro. E mi sentirei soffocare. Per questo 1 miliardo di persone si ammala proprio sul punto di stare meglio. Perché star meglio è proibito loro come decenni fa.
Quante volte vi siete fermati ad un passo da dimettervi o dal mandare tutto affantastico? E quante volte vi siete chiesti se quel meccanismo era una salvezza o una condanna?

Chi ti credi di essere tu?- è stato detto ad una mia cliente per decenni dai genitori per renderla modesta. Ed un altra mia cliente si è sentita dire dal padre separato: tu e tua madre per me siete due poco di buono. Quali acque navigheranno allora queste anime spostate dal loro fiume che potrebbe essere in piena luce ed energia?

Per fortuna, si arriva a guardare in faccia la realtà: non posso cambiare che mi arrivi ogni cosa a sufficienza e sarei un matto al solo pensarlo. E invece lo penso da tutta la vita. E vorrei cambiarlo da chissà quante vite. Quindi mi comporto proprio come un matto, ma io non lo so e sono posseduto dalla smania di cambiamento totale, e a volte le persone ci riescono a tramortire questa Abbondanza per sé. Ed è un delitto. Un suicidio bello e buono. Perché per farlo devono compiere atti fortissimi. Così finalmente ottengono fuori il fallimento che sentono dentro, da sempre. Tradiscono in modo abominevole. Abbandonano usando gli altri come pezze da piedi senza dignità alcuna. Falliscono miseramente.
Oppure semplicemente si dimettono o si separano ritrovandosi perduti, ad libitum.
E farlo, compiere quel gesto disperato e mortifero è faticosissimo, proprio perché totalmente contro natura.
Ti senti sola, con la tua libertà, ed è per questo che tu ritornerai, dice una vera canzone.

Il più delle volte si limitano per fortuna a lamentarsi e ad andare avanti con il passo del gambero: se la godono un po’ questa sufficienza e poi si lamentano, anelano, chiedono, esorcizzano che arrivi quel che sembra da sempre normale che arrivi perché ce l’hanno gli altri. E perché noi no? Perché noi abbiamo altre abbondanze e tutti ce lo dicono e noi non le vediamo. Siamo con l’occhio attento solo a ciò da cui siamo esclusi.

E come due pesci passiamo il tempo al bar a dirci: quanti problemi ho! Quali? Come quali? Sono pieno di problemi. Com’era bello una volta, eh? E come sarebbe bello se… non è così? Dai… prima o poi vedrai… Che cosa? Non c’è un bel nulla sotto la smania del niente.

La sufficienza è già abbondanza, piena e salutare. Ecco il segreto.
Non può arrivare di più della sufficienza. La Natura non può farlo materialmente.

Ricordo come fosse oggi il giorno in cui mi resi conto della mia invidia:
io credevo di essere immune dall’invidia della mia famiglia, invece, proprio per questo distinguermi, guardo gli altri e ci penso continuamente, e finisce che assorbo sempre un pò della vecchia cara invidia… E vivo da decenni questa condizione come profondamente ingiusta.
Fino a quel momento non me n’ero mai accorto, era normale per me come respirare.
E da qui allora ripartire ogni volta per i miei progetti fantastici e fantasiosi che avrebbero dovuto darmi ogni volta l’affermazione mai avuta. Oh, Madonna, che tristezza sotto tutto questo. La stessa tristezza che sentivo in casa mia. Esatta. Ci ho vissuto dentro, quell’acqua.

Ecco, mantenere l’entusiasmo staccandolo dai risultati e rivendicazioni e proiezioni, è stato trovare me stesso, la mia terapia, senza più aspettarmi niente. Con gioia pura e fine a se stessa.

Cos’è allora l’acqua?
Ricapitoliamo: la mia acqua è lavorare duramente per ‘Cercare qualcosa che arrivi di più da fuori e che non basta mai’ e non poter mai fare quel che voglio e mi piacerebbe, bensì sentirmi condannato a stare lontano in questa vita dal benessere e dal piacere. Escluso. Lo sentiva mio padre. E lo ha fatto sentire per decenni a tutta la famiglia. L’inseguimento.

Sono nato piuttosto male, con mezza testa fuori per un po’ troppo tempo. Ho avuto le convulsioni per 1 anno che solo da grande ho capito essere tanti piccoli attacchi epilettici. Sono cresciuto con la violenza in casa e il non amore tra i miei. Per fortuna tanto amore per me. Ma era come se io avessi in dote la speranza di qualcosa per loro. C’erano così tanti debiti in famiglia che anche se a me non facevano mancare l’essenziale, io lo sentivo come sottofondo. E la più grande mancanza era l’amore tra loro. Ciò che entra come lavoro e energia, speranza e leggerezza, se ne va via in un soffio per pagare debiti, impegni e difficoltà. Così non si vede al volo che manca l’amore. Questa era l’acqua. Questa l’illusione.

Ma le analisi da adulto mi hanno fatto sentire la verità. La mia mancanza è la somma delle mancanze dei miei genitori. Mio padre era stato separato dalla prosperità dai lutti precoci e successivi dei genitori fin dai 5 anni, ed era andato in guerra a 16 anni volontario perché non aveva niente. Ha sempre cercato tutto e non ha trovato nulla. Mai.

Mia madre era stata abbandonata dal fidanzato, partito anche lui volontario in guerra. E con mio padre era stato un matrimonio riparatore a suo dire di un rapporto fugace, in spiaggia. Non c’erano foto del loro matrimonio, consumato lontano.
Insieme, non si sono mai trovati né l’un l’altro né hanno mai trovato se stessi.
Solo andare avanti con fatica.

Io chissà da quale stella sono arrivato lieto e leggero e ilare e comprensivo e fantasioso e gentile e generoso a portare me stesso alle loro storie.
E il sottofondo di tutto ciò è stata la mia acqua di coltura.
Ecco perché tutte le volte che sono partito per inseguire fantomatiche sensazioni di compensare mancanze, mi sono sempre ritrovato fuori posto.
Letterale e stupefacente, no? Questa non è la mia vita. Come sono capitato qui? Non erano le mie mancanze. Io non ne ho.
Ma sì che ne hai. Ma sono loro, dei miei, non mie. Sì ma che differenza c’è? Ci sei cresciuto, sono tue, dentro di te. Ancora mi dico ogni tanto: Ah, questo potrebbe risolvere una volta per tutte le mie mancanze. Ma fermati scemo che è l’ennesima bugia. Io-non-ho-mancanze. Papà, esci da questo corpo.

Di mestiere ecco allora perché faccio quello che scopre le verissime bugie.
A ciascuno pertanto la propria verità. Che è la sua più grande bugia.
Capito ora perché ogni volta che sento che qualcuno ha la svolta della vita tra le mani, sussulto, e poi scoppio in una sonora risata?

E così, devo lavorare duramente perché devo forzare questo destino avverso. Cosa peraltro impossibile. Perché il destino avverso non è e io non devo cambiare proprio nulla visto che il mio orizzonte è oltremodo favorevole. Posso e mi è concesso solo imparare a godere di quest’acqua e non lo so fare. Per cui se non sto attento, forzo qualsiasi cosa vada già bene. Ecco il punto. E non risolvo quel che non va. Ecco la sostanza.

Cambiare l’acqua senza poter uscire dall’acquario allora è togliere il filtro amaro all’acqua.
Perché anche cambiando l’acqua (lavoro, relazione, città, vita totalmente), noi pur di lamentarci siamo disposti a stravolgere persino le percezioni.
Perché io vivo meravigliosamente e nella gioia degli affetti del corpo e del piacere. Questa è la verità. E tenderei a godermela poco, se non ci avessi lavorato tanto sopra.
Perché rimandavo? Perché spostavo la svolta e lo star bene?

La risposta d’istinto è ‘perché io non posso caratterizzare quel che faccio, perché io non valgo come quelli che sono lì fuori e quel che desidero in modo invidioso, escluso e mancante, mi può arrivare solo da fuori’. Bentornato, papà. Come butta? Com’è l’acqua oggi?

Bevo un’acqua purissima. E io la filtro col cervello sentendola amara. Da una vita. Perché le vite precedenti alla mia amara la sentivano. Io faccio del mio meglio, ma è e deve essere sempre poco. Nella mia testa e nei risultati. Questa è la mia verità più profonda, la mia forma mentis. Ed è una bugia. Uguale a se stessa. E lo sento.

Come idea resta quella del sacrificio, questa volta di mia madre. Amore sconfinato per me, ma modo sacrificato, trattenuto.
Io sono abitato da un alieno. So che è solo una pessima abitudine. Sono sempre io. Ma dentro di me prendo a dirmi cose che voi umani… e sono sempre dello stesso segno. Io no. Gli altri, gli altri, gli altri. Gli altri si. Lo si sentiva nell’atmosfera di casa, tutti i giorni. Io mi nutro della forza per poter un giorno godere della vita come gli altri. Io vedo e sento solo quel che mi manca e che vorrei. Io non basto. Io non riesco a fare. Mai abbastanza.

Se mi conosceste, vedreste che l’invidia e l’esclusione sono le ultime attitudini che io possiedo. Ma è proprio perché dentro le ho sempre sentite, che fuori non le praticherei mai.
Ma due modi esistono di non praticare la ferita. Modo consapevole e rigenerato, e modo sacrificato e malato, come me all’inizio del cammino, con un’enorme discrepanza tra dentro e fuori. Che non mi faceva vivere per niente bene.

Poi, un giorno, la domanda: vuoi essere tu a smascherare e confrontare queste tue paure o vuoi che loro prima o poi ti ri-trovino e ti rovinino l’umore?
Questo è l’unico dilemma che abbiamo in vita. E non c’è proprio alcuna scelta se non aderire e affrontare e sconfiggere sonoramente i nostri blocchi. Perché non esiste nessun dubbio che così sarà. Essendo le nostre paure tutte esagerazioni e aberrazioni della realtà e rifugi e fughe e proiezioni faticose.

E’ l’irrisolvibilità la convinzione di tutti oggi. L’irrisolvibilità è la tomba del disagio. Questa colossale fandonia affolla le menti di moltitudini di noi. Non si può risolvere, ci devo convivere.
Così scopriamo l’accettazione vera. La quale ci dice invece mettiti l’anima in pace, non si può risolvere perché non esiste, non c’è, è solo un ricordo, una convinzione, un pregiudizio, un trigger. Non è un abbattimento! Puoi far tutto e sentire tutto. Anche se tenderai sempre a sentire le solite impossibilità. E allora si diventa specialisti del battere il benessere finché è caldo. Riscaldare e ribattere, riscaldare e ribattere. Ma spesso ci dà fastidio anche solo il pensare al clangore del ferro contro ferro. Quindi altro che riscaldare e sbattere il benessere. Raffreddiamo e induriamo il malessere. Fino a che? Fino a che boh. Questa è la non risposta.

A questo punto è chiaro come un’aurora d’estate. Chiunque di noi ottiene sempre in misura di 1 a 1 quel che si aspetta che accada. Arriva sempre, in ogni istante di ogni giorno l’acqua che crediamo fortemente che arrivi. E già una legge di natura imprescindibile. Quindi cambia totalmente la domanda. Stravolge le prospettive. Non è più cosa devo fare per avere più denaro o piacere o soddisfazione. È ‘perché desidero senza accorgermi che il denaro in realtà non ci sia? E perché lo faccio solo per continuare a sbattermi senza sosta? E come lo faccio nel dettaglio?’.
Questa è la strada della piccola felicità. Almeno facciamoci le domande guarite.

Una sera, un’altra anima nell’empireo dei grandi, uno che per lavoro rende ancora più illustri i marchi da sempre già grandissimi, più di Chanel, per intenderci, e non ce ne sono molti al mondo -uno? Due? Ecco; bene, una sera questa persona baciata da Dio, a cui chiunque brama stare vicino come nel libro e nel film Profumo per intenderci, in ciascuno dei 5 continenti in cui lui si muove perché è conosciuto in tutto il mondo, viene in terapia da me. E già più volte io mi indigno, dicendogli che è lui che fa terapia al mondo per il vivere e respirare che pratica e cosa posso mai insegnargli io che vengo dalla riva del mare? Comunque. Lui mi dice che un suo amico a cui lui ha parlato bene, vuole fare alcuni colloqui amichevoli con me. Non si tratta di terapia. Vuole solo che io gli racconti della bioenergetica. Certo, come no. Acconsento. Vedo che è una scusa e acconsento. Siamo all’epoca di zoom in ogni dove. Lo incontro. Quando gli parlo, in francese, vedo che in video c’è anche il mio cliente, il quale si scusa, ma il suo amico ha insistito per la sua presenza almeno la prima volta. Vedo che il mio illustre cliente non riesce a dire di no al suo amico.
Parliamo. Io faccio la gaffe più colossale della mia vita. Lui mi dà del voi in francese, e io gli dico che visto che con l’altro ci diamo del tu, diamoci tutti del tu. Il tu, affermo, è la forma in cui parla il nostro inconscio. (Mischino).
Sospensione. Atmosfera strana. Mi dice ok, voi datemi del tu, ma io non ci riesco. Con i miei genitori, con mia moglie, con i miei figli, mi sono sempre dato del voi. Però va bene, mi fa bene che voi mi diate del tu. Wow.
Io stento persino a capire.
Poi realizzo di colpo.
Rivedo questa persona. Sottoposta a tensioni inenarrabili. Essendo l’unico al mondo a dargli del tu.
Scopro che è proprietario di una delle duecento nazioni del mondo. Letteralmente. Prendete l’Angola o la Lettonia. Una nazione così. Sua. Ha un patrimonio personale (il correttore corregge in paturnia) stimato in oltre 10 miliardi di dollari (tenbilliondollars), recita wikipedia, ma ha responsabilità per 1000.
Cosa gli dico io a uno così? Eppure la sua acqua è la stessa che imbeve tutti noi.
Scoprire che lui si sente escluso da molte più cose di me e che riannodiamo insieme i fili dello star bene, lo fa sentire e fa sentire anche il suo terapeuta come riconciliato con la verità, inesorabile, della natura umana.
Ci vediamo solo per qualche incontro. Ci lasciamo che lui si farà sentire. E da allora mi aspetto che una notte arrivi un elicottero e porti me e Bond, James Bond, sul suo yacht senza fine al largo di isole esotiche. Ma al di là degli scherzi, davvero ho pensato che minimo avevo il telefono sotto controllo e che fossi sorvegliato in quelle settimane dai servizi segreti che ascoltavano le nostre conversazioni.
Ma in ogni caso, noi eravamo concentrati su quelle che sono davvero le dinamiche e le questioni che ci riguardano di più al mondo. Le più importanti, urgenti e prioritarie. Il resto sono patrimoni che il correttore corregge in paturnie.

Un’altra ormai cara cliente si sta facendo accompagnare da me nella riparazione dello spreco. Il padre e il nonno hanno talmente tante case e proprietà e beni inutilizzati, spesso comprati e mai abitati, che fanno in modo che vengano lasciati inutilizzati solo ‘perché si sappia che me lo posso permettere’.
Questa affermazione mi ferisce. Per me cresciuto nella mancanza è un contrappasso lacerante. E accompagnare a riparare lo spreco destinandolo alla beneficienza, è una riparazione al quadrato, forse al cubo, che allevia un’aberrazione colossale. Far uscire generazioni intere dall’immobilismo e dai blocchi assurdi e far tornare l’aria buona dalle finestre di case-simulacri del niente.

E ancora: un figlio rimasto figlio viene da me perché non ne può più della sua vita e della sua famiglia. La quale famiglia possiede letteralmente una provincia italiana. Intera. Non sto affatto scherzando. E il PIL di quella provincia è pari a quello dell’Angola e della Lettonia, per capirci.
Eppure, tra le mura di casa sua, lui è stato educato, per non esagerare, ad una freddezza e un’inflessibilità e una carenza generale di ogni cosa, che lui si sente povero e schiavo ed escluso. E lo è, nei fatti. Come me. Lui non sa mai quale sarà lo stipendio che ogni mese il padre comanderà di dargli, a suo piacimento.

Fai pace allora con questa tua ferita. Riconoscila davvero per i doni che ti ha portato.
Ciascuno di noi al mondo ha da compiere questa pace dentro. Altrimenti nulla di nulla di nulla accade sul serio.
Disinnesca lo stress infinito per compensarla, la tua ferita, e smettila di non volerla sentire più. Quando capisci che non puoi fare altro, hai finalmente accettato sul serio. E’ la tua acqua, come puoi non sentirla più? Io e il mio amico ci sentiremo sempre esclusi. Lontani da.

Ma sentirsi non è esserlo.

E la conseguenza è la nostra meravigliosa attitudine a migliorarci. Se non crediamo più nella fandonia colossale di farcela a cancellare una parte mancante di noi e non siamo più in sintonia con questo sforzo, perché non ne abbiamo mai avuto bisogno in realtà… non lo alimentiamo più e ci svegliamo dall’incantesimo …allora ogni tanto, sempre di più, riusciremo ad acquietarci e a provare piacere per minuti più lunghi. Poi giorni, poi stagioni, poi intensità il più toccanti possibili.

Conosco allora io e conoscete voi, una emme persona che per il fatto stesso che respira, sente e filtra la propria esperienza, la traduce in intuizioni, studia cose che lo riempiono, i libri che lo illuminano, segue le teorie che più lo intrigano, esprime ciò di cui è convinto, persegue ogni giorno della sua vita lo scopo per cui è venuto al mondo, aiutare gli altri a non perdersi come è capitato alla sua famiglia d’origine.
E, per tutto questo, viene pagato ogni giorno, ogni settimana, ogni stagione, ogni decennio, dalle persone che riconoscono questa sua qualità, fecondità, padronanza. E lui, udite udite, ne è felice e onora tutto ciò, anche se… … soprattutto se, nel profondo del suo ‘core’, tenderà e lo sa benissimo, a sentire che questo non è mai abbastanza, che altri ricevono di più, che l’affermazione non è per lui, che la prosperità è altro, ben altro.
Ma non si crede più.

Allora, cos’è l’accettazione?
L’accettazione non solo è assumere che non cambierà mai quel che cerchi di distruggere di te da sempre, ma che questa attitudine è meravigliosa nonostante a te pesi infinitamente. Se io mi lamento del mio dono come faccio ad apprezzarlo e goderlo?

Dovrei celebrare il mio peso? E’ questa l’accettazione? Esatto al millesimo di millimetro. Perché noi in fin dei conti ne abbiamo uno di doni, raramente due. Quindi? Già smettere di continuare così, quanta energia libera?
Io non è vero che voglio sentirmi soltanto incluso da escluso cronico. No. Io voglio sentirmi altro da me. E non è possibile. È sogno. È follia. È fuorviante. In primis perché non ne ho bisogno per niente e poi perché non lo voglio davvero, rottamarmi. È solo un gioco al massacro. Il preferito da tutti.

Questo intendo quando dico che sono almeno vent’anni che non mi credo più. Ma continuo a scherzarci su e ad abbracciarmi sempre di più.
Quando dico non cambierà la mia mancanza, in realtà sto dicendo, e mi correggo subito, non cambierà la mia abbondanza. Solo io la considero mancanza, questa è la verità.

Accettare è convivere con un abitante. Volergli bene. Prenderlo per il culo. Mediare. Dialogare sempre. Non credergli mai e scherzare con lui e ogni volta ribattere pazientemente. Due fratelli. Siamesi. Abbracciati. E chissà come mai questo apre la porta anche alle relazioni vere e profonde con le altre anime saltellanti, che cessano di essere stronze proiezioni di ciò che vorremmo che fossero. E vengono finalmente viste per quello che sono: fantasie ansiose come noi, che se la raccontano. Per cui avere tanta ma tanta tenerezza.

Un’altro mio cliente in terapia è cresciuto senza spiegazioni dagli zii, e poi è stato lasciato spesso da solo, in seguito violentato dal nonno, che era spesso in visita da loro, e quando -da grande- lo ha detto alla zia, lei ha risposto sì, ci aveva provato anche con me. Ma come, allora perché mi ci hai lasciato insieme? Silenzio.
Ora, viene in terapia perché si sente che lui non vale la pena. Potremmo dargli torto?
Nessuno lo ha protetto e lui oggi non si protegge. Per vendetta. Per rabbia cieca.
Ma una cosa è far esplodere la propria vita ogni mese (e non crediate stia scherzando) per dimostrare a chiunque attraverso la propria morte che lui non vale la pena, e un’altra, totalmente diversa, è dirsi non-è-vero-punto.

Perché tutti gli altri gli dicono che non è vero e la vita gli porta le prove ogni giorno di quanto è abbondante per lui. E quanto lui sia prezioso per gli altri per come conosce la sofferenza, la solitudine e il sapersela cavare in situazioni moltissimo difficilissime. E’ un maestro per chiunque. Eccolo il dono. C’è sempre. E viene ogni volta dalla ferita che ci ha lacerato e mai ammazzato. Vi è chiaro adesso?

Perché chi si sente meno amato si sbatterà così tanto che sarà più amato da tutti. Vi è chiaro adesso? Se chiedi ai più popolari e stimati e ammirati esseri umani del pianeta, ti diranno ‘ma va! Chi io? Figuriamoci’. Perché si sentono il contrario e si abbarbicano per farcela ogni giorno. E questa è la loro meraviglia.

Che altre prove vuoi di tutto questo? E quando vuoi cominciare a vivere secondo natura?

Io dormo con due piedini meravigliosi sulla pancia. Se sono angosciato dalla preoccupazione atavica di come farò a farli crescere bene, come farò a godermi una delle sensazioni più incredibili che la vita ci riserva? Ma posso farlo solo se so cosa mi succede dentro.

Ora io chi sono? Sono la mia predisposizione agli altri e alla gioia arricchito dalla consapevolezza di che cosa vuol dire vivere nella mancanza. Per questo faccio il traghettatore verso l’abbondanza.

E solo in alcuni istanti, che possono arrivare ad essere ore ma mai più mesi o stagioni o anni, sono quello diviso e bloccato dalle due istanze che riprendo a sentire opposte e contraddittorie (come posso essere gioioso in mezzo a tutta questa mancanza di merda? Ma se è la tua ricchezza! Cretino). E scelgo tutti i giorni cosa scegliere e chi scegliere che io sia.

 

Se vuoi proseguire su questi temi:

https://www.blogdigiovanni.it/il-problema-dellattribuzione-e-il-paradosso-della-visione-radicata/

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