Come ho imparato con la Bioenergetica a non fidarmi più di me

A posteriori, la cosa più impressionante che ho imparato con la Bioenergetica è stata non fidarmi più di me.
Sottopormi alle leggi di natura, verifica e esame del corpo, delle emozioni e del respiro.
E non delle lusinghe, supposizioni, voglie e necessità di 1 sera, tutte sballate.
In più, sono arrivato a pensare che se volevo fare un’altra cosa anziché le classi di esercizi, ci sarei arrivato solo stando dentro le classi stesse di esercizi, non tirandomi fuori. Qualcosa mi avrebbe chiamato altrove. Così come un caso mi aveva portato dentro alla bioenergetica.

Se non succedeva, se non riuscivo ad andare a iniziare qualcos’altro, andava bene così.
Questo forse lo capisce solo chi si dedica ad una pratica che ti rimette in bolla, ogni giorno o ogni settimana, a seconda della piccola o grande bolla di cui hai bisogno. La piccola è settimanale, la grande è quotidiana. Vedi che inizi a sentire l’inversione del senso che ti danno le classi, in direzione naturale?

Confronto con me, dialogo interno, balletto di figura tra le istanze interne e decisioni ogni mattina su che cosa seguire e cosa no. Questo è stato per me decidere la rivoluzione bioenergetica della mia vita.
La rivoluzione silenziosa ma molto pulsante, intima e a volte drammatica dentro di me.
Non ti fidare, nun te fida’, come dico da qualche giorno, dopo aver visto il film della Cortellesi, prossimo Oscar della Verità.
La smania, la non voglia, il rifiuto e la resistenza, il fastidio e l’irritazione di andare a sottopormi agli esercizi, perché non seguirli?- mi dicevo.
Se ho deciso con tutto me stesso che faccio la rivoluzione, e se significa ascoltarsi, allora occorre seguire tutto, anche le due palle che a volte tutti sentiamo per le cose della vita. E quindi anche non andare a fare le classe se sento il bisogno di una pausa, breve o lunga che sia.
Certo.
Peccato che poi le due palle le senti di più al lavoro e nelle relazioni, non di meno.
Peccato che le tue serate diventano meschine e i tuoi propositi si infrangono sulle pigrizie da divano.
Peccato che le pause di una sera diventano poi di mesi, e le stagioni si susseguono senza lasciare traccia.
Peccato che la cosa che ho dovuto accettare di me è il bisogno elementare di qualcosa a cui attaccarmi come ad un bastone, una protesi bioenergetica che mi ri-pulsi di nuovo come un regolatore di battiti, facendomi ripartire il cuore. Ogni giorno, ogni settimana.

La bioenergetica, come pratica, molto prima che come terapia, è stata la mia regola benedettina.
Sto coi frati e zappo l’orto. E’ molto vero. E’ un altro proverbio romano. Stamattina va così.
E’ il principio di carica e scarica che sta scritto nei libri di Lowen. La felicità è solo nel flusso infinito di carica e quindi di partecipazione profonda e totale, e di scarica emotiva e soddisfazione conseguente. Non altro. Più è intensa l’una, più è potente l’altra.
Partecipa il più possibile, con tutto te stesso, sempre e comunque.

E’ come la metafora del tempo tra due tempi.
Non avete mai provato ad avere un tempo gratuito, una vacanza inaspettata, come la chiamava Fellini, quando vi salta un appuntamento di una mezza giornata?
Ecco io alla fine me la godo moltissimo di più nelle aspettative che nei fatti.
Indulgo in tentazioni varie. E a posteriori, chissà quante cose volevo fare e quante poche invece ne ho fatte.
E’ come una perdita d’occasione, in una vita meno intensa.
Magari adesso no, magari sono migliorato. Ma adesso. Dopo chissà quanti anni. E attento a lodarti, che se no ricominci come a 30 anni, convincendoti che tu puoi fare tutto, che ormai tu sai tutto, che non hai bisogno di niente. Sì, sì, come no. Torna alla regola, deficiente.
Mentre invece, quando hai un tempo tra due tempi, tra mattina a pomeriggio, o un’ora buca tra due ore piene, allora lì sì che la vita è preziosa e i due tempi ti fanno da sponda e da appoggio per fare tutto ciò che puoi e anche di più. E un’ora vale più di mezza giornata nell’altro modo. Anzi di una settimana intera, come percezione, di certe vacanze andate a male.
Questo sentire si lega alla fluidità e alla presenza che sperimenti il giorno dopo una classe di bio significativa per te, che può essere anche tutte le settimane, se ti poni al centro del tuo corpo con la tua vita intorno.
La prima volta che l’ho provata è stato grande: senza bisogno di pause, caffè e tentennamenti, rimandi, sospiri e spaccamenti in quattro dei compiti ingrati, fai le cose e basta, con piacere, fluidità, buonumore e partecipazione.
Come va? Eh, dai, và. Andasse sempre come oggi non sarebbe niente male.
E sai anche da dove viene, questo è il vantaggio. E lo puoi riprodurre.

Tra l’altro senza bisogno di fare la traversata delle cime della Val d’Aosta, o di andare a correre o in palestra. Non serve. Basta poco, l’essenziale. Diventare io stesso, il mio sentire, il mio respiro e il mio essere indolente, meditazione di movimento. Non c’è bisogno di evadere sulle 8 montagne. Ho imparato anche questo. Che non è il fare materialmente una certa vita, ciò di cui abbiamo bisogno. E’ ispirarci continuamente a momenti passati e quindi futuri, di grazia e connessione, corrispondenza e esattezza che provi dentro, e ti guidano, quelli sì, non le cose materiali, non le quantità di ore effettive che passi in paesaggi meravigliosi.

E’ collegarsi a che cosa, la domanda quotidiana.
Perché la cosa che chiediamo di più è stare nella melma del nostro scopo primario giornaliero, che è l’aiutare gli altri in città, mi dico, che è portare all’asilo la bambina e farla crescere dove sono gli altri bambini, mi dice la saggissima moglie che mi sono scelto, non a caso montanara.

Se vivessi in paradiso mi farei lo stesso due palle, anzi di più, mi dico iniziando a ridere di gusto, perché mi mancherebbe il mio lamentarmi di non avere una vita attiva e di dare un senso alla mia esistenza, aiutando la gente nel traffico, non sui sentieri. Ma sì anche lì, ma non sempre, lì.
‘Ncè devi prova’, ce devi riusci.
Annaje vicino, conta solo a bocce’.

Ennesimi proverbi romani.
Da giorni mi ripeto una frase: siamo nati davvero per soffrire, ma con il sorriso sulla bocca.
La trincea e il paradiso funzionano solo alternati.

Un’altra metafora che mi ha aiutato negli anni è stata quella dell’amico inaffidabile.
Avete presente un amico che vi dice viene ad una certa ora? E che poi però non arriva? E che il giorno dopo vi promette che arriverà, ma poi arriva con due ore di ritardo? Ecco, il terzo giorno non ci fate più affidamento. E il quarto giorno, o il quarto anno, se è un amico di vecchia data, quando vi dice che cambierà, che sarà più puntuale, non gli credete più.

Noi siamo per noi stessi come un amico inaffidabile. Esattamente. E questa immagine interiore rende bene l’idea che dall’altra parte, quell’amico siamo noi. E sta a noi di non fare brutta figura con noi stessi come non abbiamo accettato che un amico ci mancasse di rispetto in quel modo.
Perciò occorre garantirsi piccoli successi quotidiani di affidabilità. Di mantenimento degli impegni presi. Sempre e comunque.
E torniamo al dunque del dialogo interno di cui sopra, e della regola benedettina.
Io ci sono, noi ci siamo uno per l’altro, a prescindere.
Senza chiedermelo nemmeno più.
Se no va tutto a scatafascio.
E diventa un valanga che ti travolge.
Rimettiamo i punti dove devono stare.
Piano piano, i piccoli punti diventano una rete di punti.

Ora vuoi cambiare? Certo, caro amico mio, proviamo, ma senza evadere più, d’accordo? Perché questo qualcosa di più piacevole, certo, di meno diretto e profondo, certo, esiste senz’altro da qualche parte, ma come mai poi alla fine non l’abbiamo mai trovato?
Perché esiste anche la tua fuga nell’altrove e la tentazione di scoprire altre vie che non esistono, mentre esiste la famiglia che non hai avuto e che hai trovato negli esercizi.
E le risate, e la comunità, e la sensazione di pienezza che ogni giorno e ogni settimana ti arricchisce da vent’anni. Sei sicuro che ci sia altro da chiedere?

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3 thoughts on “Come ho imparato con la Bioenergetica a non fidarmi più di me

  1. Ciò che ti affligge è la fatica di vivere. Ciò che ti serve è la rigenerazione. Non il riposo. Ti serve una ragione per vivere. Ed è tuo diritto e dovere cercarla e sperimentarne 100 prima di trovarla. Ma questo è il bello. La rigidità invece ci fa (a tutti!) CONTINUARE a resistere sempre, senza cambiare mai nulla dei nostri comportamenti. Se non torna mai nulla è perchè la soglia di ciò che faccimao non è tale da far tornare insietro qualcosa. Un abbraccio virtuale.

  2. Tutto bello e tutto vero quello che dici ….ma io muoio ogni giorno ..e non arriva mai la fine …e mai mai un inizio ..una rinascita seria e duratura…tutto solo per un attimo e poi di nuovo il tunnel ….il baratro …sono molto molto molto stanca …forse è bene che venga in Kenia con voi …ma non so se riuscirò a partecipare alle classi …non ho voglia di fare nulla …nemmeno di respirare ..ciao Marco …buon anno a te e famiglia ..un bacio grande alla bellissima figlia ..elisa

    1. Ciò che ti affligge è la fatica di vivere. Ciò che ti serve è la rigenerazione. Non il riposo. Ti serve una ragione per vivere. Ed è tuo diritto e dovere cercarla e sperimentarne 100 prima di trovarla. Ma questo è il bello. La rigidità invece ci fa (a tutti!) CONTINUARE a resistere sempre, senza cambiare mai nulla dei nostri comportamenti. Se non torna mai nulla è perchè la soglia di ciò che faccimao non è tale da far tornare insietro qualcosa. Un abbraccio virtuale.

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