Coppia Chiama Gruppo. Rispondete

Le relazioni che funzionano si riconoscono perché, prima, si ritorna ad affidarsi al corpo, ad una disciplina e ad una crescita, ad un’interrogazione costante su di sé, ad un gruppo che ci nutre. E poi c’è lo sviluppo di una relazione a due.

Lo abbiamo visto in: L’Inversione del Piacere e L’Amore è la Ricerca di Sé.

Il malinteso di cui nessuno ci parla prima di costituire una coppia è proprio questo.

Le relazioni in cui ci troviamo bene dipendono esclusivamente da noi stessi, individualmente. Sono proiezioni uno a uno di come ci relazioniamo col mondo.

O meglio, nel senso di più specifico: non è che gli altri rispecchiano direttamente chi siamo. Gli altri rispecchiano il modo che abbiamo di rispecchiare noi stessi.

Noi andiamo in giro con un’idea di partner che si addica a noi. E quindi di come si ama, si fa l’amore, ci si relaziona in generale. Di che cosa ci piaccia e che cosa no.

“Ehi tu! Mi vuoi rispecchiare in questa visione di me e del mondo?”- sembriamo riflettere continuamente.

Solo che queste possono essere convinzioni arbitrarie o spontanee, auto imposte o sentite profondamente, comprovate e frutto di sane esperienze ed errori, oppure supposte e mai messe in discussione, frutto di paure o manipolazioni.

Per questo ogni tanto, ad ogni passaggio evolutivo, la nostra coppia sembra non corrisponderci più.

C’è un mondo là fuori. Pieno di ego ed elucubrazioni oppure di sana ricerca di sé.

Conta solo questo nelle relazioni.
Che è lo stesso che conta nell’evoluzione benefica dentro di sé.

Chi sei veramente e cosa ti piace davvero.
Guarda chi sei e troverai chi è.

E poi, di nuovo, guarda chi sei di diverso da chi eri soltanto pochi giorni fa.
E non conta se lo sai perfettamente. Conta in quale direzione vai. Nessuno lo sa mai a quel livello perché la perfezione non esiste, ma è il bello di tutta la faccenda.
Per questo mi ha sempre colpito il motto della Porsche:

Perfekt Ist Nicht Gut Genug
(Perfetto Non è Bene Abbastanza).

Perché è proprio così: non esiste la perfezione ma il miglioramento sul piacere e il coinvolgimento e la facilità sì, certo che esiste. E non si finisce mai di stare abbastanza bene.

Nel senso che ad ogni momento avrai un certo livello di verità su di te e su ciò che desideri e ti fa bene. Ci sarà sempre, in ogni preciso istante un partner ideale corrispondente a questa immagine.
Ma chi ti dice se il livello di verità e concretezza e realtà e fattibilità di realizzazione di questa immagine e di questa relazione, non è la vita di coppia, è il gruppo, qualsiasi gruppo: famigliari, amici, gruppi di interesse o di terapia.

Altrimenti l’essere umano si spinge verso il come dovrebbe essere, tra le braccia di un mondo che in realtà non esiste. E a volte si ossessiona con la perfezione.

Continuare allora a vivere le relazioni in profondità, qualsiasi esse siano, principalmente come specchio e risonanza del rapporto con me stesso, è l’unica cosa che conta.
Se non ho relazione con me, non posso avere una relazione con l’altro.
Se non la curo con me, non la curo con l’altro. E’ matematico.

Se lamento di non avere una relazione con qualcuno da tanto tempo, vuol dire che non ho una relazione con me. Inesorabilmente.

Affermare pertanto che qualsiasi relazione rispecchia il nostro modo di sentire e interagire con noi stessi, vuol dire farsi carico di queste verità e investire dentro, non fuori, tanto se il fuori arriva, arriva solo come specchio di come mi parlo e mi rispondo. O di come non mi parlo e non mi rispondo.

Il principio generale è uno solo. Ricordo che quando lo scoprii, in un testo di Irvin Yalom sui gruppi di terapia, rimasi abbastanza tramortito. Ma in senso per fortuna salutare e radicale: qualsiasi impostazione caratteriale noi abbiamo sulle relazioni, qualsiasi disfunzione o difficoltà di rapporti, si sana in un gruppo e non in una coppia. Perché il gruppo è inesorabile e veloce, immediato ed esatto al momento dato.

Occorre allora smetterla di pensare che chiunque di noi abbia problemi in amore, possa mai trovare in un partner e in una coppia, e nel rapporto 1 a 1 paziente-terapeuta, il suo santo rimedio.
E dobbiamo divulgare ai quattro venti il contrario: il mio modello delle relazioni, disfunzionale o meno, lo proietterò sempre su un probabile partner o sull’effettiva coppia a cui appartengo o sul terapeuta.

E per proiettare di meno e meglio -e alla lunga farlo il meno possibile- ho diritto/bisogno/desiderio di sentirmi bene in un nuovo gruppo-famiglia che mi accolga e mi trasformi il mio modo di sentire la mia antica famiglia, l’appartenenza, l’ascolto, i giochi sani o disfunzionali, il divertimento, il corpo, il sorriso, il rispetto, i confini, e mi realizzi completamente e comunque il più possibile.
Se non passo attraverso queste esperienze rieducative, non rielaboro, non metto alla prova, non sviluppo il mio vero sé.
E ciò, badate bene, vale sia per chi sta male che per chi sta già bene.
Per questo chi sta meglio partecipa sempre più alla vita di gruppo e appartiene ai gruppi, di qualsiasi tipo.

E’ proprio un chiaro indicatore di benessere, il nutrirsi della vita di gruppo.

Afferma Yalom che la terapia individuale, nello stretto rapporto tra cliente e terapeuta, mette a posto la consapevolezza di sé, l’intrapsichico, più che l’interpersonale. Anche, certo, ma non del tutto.
E permette di capirsi, vedere le influenze e sviluppare nuove possibilità su di sé.
Ma -continua Yalom- le problematiche di relazione possono essere risolte solo dalla potenza di appartenere ad un gruppo. Di comunità, di lavoro, di vacanza, di hobby, di terapia.

Certo, in presenza di disfunzioni accentuate nelle capacità di relazioni, solo un gruppo di terapia aiuta davvero perché preparato a farlo, altrimenti certi “insiemi di persone” fanno cose e dicono cose ugualmente disfunzionali, pur facendole insieme ad altri.

Ma il principio resta ed è potente: solo un nuovo gruppo, con regole sane e seri confronti, rispecchiamenti e piani di lavoro su che cosa vuol dire per ciascuno entrare nella relazione intima, può essere la cura, la soluzione, il sostegno e il cambiamento reale del modo di stare in un rapporto.

Relazione intima infatti non vuol dire relazione di coppia e sessuale per prima cosa, bensì connessione verificata con sé e gli altri e verità sempre più profonde.

Hai problemi in generale di coppia o di amore o di sesso? Non cercare un partner, cerca un gruppo. Non andare da un terapeuta solo individuale, inizia anche una terapia di gruppo. Altrimenti è come se ti mancasse una delle due gambe del cambiamento, quella più efficace per le relazioni, che ti metta alla prova realmente ed evolva strutturalmente in tuo modo di stare in relazione.

Coppia chiama gruppo. Rispondete.

La solitudine non è sentirsi soli, è sentirsi divisi, mancanti, parziali, esclusi, tagliati fuori, separati, in conflitto.

Il bello è che ci sentiamo così sia che siamo in coppia sia che non lo siamo.

Anzi, in coppia questa condizione è ancora più disturbante, perché è la prova provata che qualcosa dentro di noi non funziona. Ed è più facile convincersi che è la coppia che non funziona più. Ma spesso in cuor nostro sappiamo che non è così.

Perché questa condizione-convinzione di para-solitudine, non si risolve ”a due” semplicemente perché non è vera.

La coppia non risolve, amplifica.
E amplifica se stiamo bene. Evviva. E amplifica se stiamo male. Maledizione.

Per questo abbiamo creduto di risolvere tutto e di “svoltare“ rifugiandoci nell’altro. E trovando invece ancora più problemi, esponenziali, diffusi e -guarda caso- sempre gli stessi, a prescindere dai partner diversi e dalle età differenti. Le stesse disfunzioni, paure, insofferenze, a prescindere totalmente dal tizio che avevamo a fianco di cui adesso dopo tanti anni ci sfugge persino il nome. A 20, come a 40 anni. Come mai?

Presto detto. Se noi viviamo con certi tratti caratteriali inconsapevoli e non attenuiamo queste tendenze, chi ne risentirà per primo oltre noi stessi? Il nostro partner e la nostra relazione.

E poi i figli, il lavoro, gli amici (i gruppi) nell’ordine.

Fonte di energia e completezza e di stimolo non può essere il partner solo perché abbiamo deciso che sia lui/lei, o che ne abbiamo bisogno, se questo invece non è nella natura delle cose.

Esempi esagerati?

Se io sono simbiotico e non vado ad iscrivermi a corsi se non c’è il mio partner, costringerò lui o lei a fermarsi a rispecchiarmi anziché vivere la sua vita.

Se il partner, poi, viene da una famiglia dove ha già svolto questo ruolo fin da piccolo, allora si accozza a me in modo appunto simbiotico, e il rapporto sarà complementare, dove insieme saremo forse quasi 1 e -da soli- molto meno di metà.

Le domande allora sono sempre quelle:

  • Come mi rigenero? Sempre secondo gli stessi vizi che mi drogano o sempre più attraverso sane abitudini, corporee ed emotive?
  • Non riesco più a far niente senza la coppia? Mi piaceva di più sentirmi autonomo una volta ma credo non riuscirci più?
  • La coppia? Quale coppia? Non riesco e non voglio più nemmeno pensare alla coppia, viste le delusioni? 

Queste sono solo le prime domande. Potete riempirne quaderni interi, di domande, non di risposte. Vi farà solo bene. Le risposte arrivano di notte o magari sulla tazza del cesso. Ma arrivano, uh se arrivano. Basta non aspettarle.

In questo senso solo il corpo in gruppo, inteso come pratica o terapia corporea, che sistemi le emozioni, le passioni, e la ricerca di tecniche d’aiuto, di crescita, di lavoro su di sé -e lo faccia “insieme ad altri intorno a me”- possono garantire la sana individuazione di sé stessi.

Come dice bene Honoré de Balzac:
La solitudine è bella, ma abbiamo bisogno di qualcuno a cui dire che la solitudine è bella.

 

 

 

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