7. Il Giro del Fumo della Mancanza

La mancanza è la più forte presenza che si possa sentire.

Anonimo

 

 

Quello che segue è il testo che mi ripeto, e vuol dire che mi rileggo periodicamente, da anni e anni, per tenere a bada la mia mancanza e accettarla e integrarla e dedicarmi finalmente alla prosperità.

Non riesco bene ad identificare il periodo, ma credo risalga ad almeno 15 anni fa. Ricordo solo che forse 10 anni fa li ho ricopiati in una nota sul computer, da fogli ormai logori.

E’ da qui che poi si è sviluppata tutta l’accettazione con la serie di articoli che trovate sul tema accettare, nel blog. Ma soprattutto ha sbloccato due istanze, come capita a tutti: lasciar stare le mancanze, non risolvendole mai più; e dedicarmi, finalmente libero, a ciò che derivava da quelle mancanze: terapia, sensazione di comunità, gruppi, viaggi, natura… tutte atmosfere che hanno iniziato a girare dentro di me e che io ho finalmente alimentato fuori di me, per una piccola, costante, felicità.

 

A me manca l’affermazione, ma soprattutto attraverso questa, l’abbondanza. Diciamo pure la sensazione di prosperità. Se io sono prospero devo per forza, nella mia testa, partecipare, lavorare tanto, rendere conto a chi mi sta intorno. E questo mi fa tornare all’angoscia delle relazioni famigliari, invischianti. Se va tutto benissimo, allora, io soccomberò perché non avrò più rivoli di evasione in cui nascondermi.
La fuga, l’altrove, il non appartenere, sono tutte costanti che -se consapevoli- possono essere tenute e bada e risultare addirittura preziose risorse per me: fantasia, entusiasmo, immaginazione, idee nuove, cambiamento, determinazione, azione.
Le relazioni profonde con gli altri, altrimenti, mi fanno ripiombare all’istante nell’angoscia delle atmosfere famigliari.

Adesso posso accettarlo perché le ho subite davvero, quelle atmosfere, per cui me le ricordo bene.
Prima invece ero convinto di essere io sbagliato e che quelle dinamiche fossero giuste. Ma era follia.

Per cui alterno accelerate entusiaste e frenate piene di paura.
Mi tocca coccolare molto la parte impaurita che torna fuori, e ci riesco anche bene e in fretta, ma è a questo punto uno stile dove occorre trovare una regola benedettina, quotidiana, fatta di rituali piccoli piccoli, che continuo a sviluppare per non sentire che altrove e nella deriva, solo fuori dagli obblighi e dai doveri, ma anche fuori dalla prosperità, io possa trovare la felicità.

Quindi le mie relazioni, i miei impegni, le mie passioni, seguono la danza interpuntata di esserci e non esserci, perché solo fuori dalle atmosfere soffocanti della famiglia e nei sogni e nei viaggi e nell’altrove e nelle pause e nelle evasioni, io posso essere finalmente e solamente fuori dalle rotture senza senso.
Ho sempre la smania di andare, che sopravvive oggi senza collocazione, ma come reazione salvifica al trauma della noia famigliare, del non senso e del non amore tra i miei, delle relazioni che non vanno e che non vengono spiegate, dei comportamenti impulsivi e inesplicabili.

Per questo mi manca la prosperità che mi fa in realtà molta paura.
Partecipare tanto oggi, vuole ancora dire stare troppo nella relazione della mia famiglia di allora. E io -come allora- vorrò sempre fuggire da questa relazione invischiante. Ergo, voglio fuggire dall’abbondanza. Se vedo tanti clienti e sono totalmente e profondamente aperto a loro, io starò male perché vorranno sempre di più da me, togliendomi aria vitale e io non vivrò più. Se me lo dico e me lo rileggo e mi ascolto, mi è chiaro che non sono i clienti questi agenti del soffocamento bensì le mie atmosfere ferite, antichissime e che non esistono più. Ma se non le ripeto, dentro, fanno confusione automatica e mi influenzano senza che me ne accorga. E così, far arrivare l’abbondanza e conviverci diventa troppo per me. Allora io mi invento dei problemi che non risolvo. E resto lì a lamentarmi e ad alimentare situazioni e progetti di soluzioni ai problemi che non porto avanti, così coltivo un altrove e un ‘quando avrò risolto’, che mi permettono di non rinunciare alla mia reattività, alla mia smania di trovare la mia strada.
Peccato che la mia strada sia già qui, come la strada di chiunque altro. E non bisogna più trovarla. Mai più.
Non ho più bisogno di tutto ‘sto giro del fumo.

 

Respiro.

Mi colpisce ogni volta. Mi fa dire: oh, guarda che tu vieni da lì. Non lo dimenticare. Altrimenti poi quella parte ferita in qualche modo si farà risentire. Considerala, parlaci, leniscila, accontentala in qualche modo. E sentirai integrazione.

E’ come una doccia emotiva per me. Mi pulisce. Mi fa ammettere la mia vita com’è. Ammaccata e vera. Senza infingimenti.

 

Ora, Lettore caro e benedetto e affezionato, se sei arrivato fino a questo punto… scrivi una nota su questa falsa riga che trovi in questo scritto e inizia…

Mi manca e mi è sempre mancato…

 

e vai fino in fondo.

 

… E mi manca perché in realtà mi fa una paura bestiale… nel senso che….

 

Parti dal lavoro che trovi negli 8 punti dell’articolo Ci Manca ciò di cui abbiamo Paura -che avrai già compilato-…

…e scrivi una nota come questa, in forma di un piccolo racconto riassuntivo del tuo problema con la mancanza nella tua vita, in cui ti potrai pulire e rigenerare ogni volta che ne avrai bisogno.

Non c’è alcun problema, se, a questa prima domanda, ci saranno più risposte.

Scrivi una nota come questa su ciascuna mancanza da te individuata.

Alla fine avrai una sospresa, anzi due:

saprai finalmente qual è la tua mancanza più profonda.

E potrai individuare come da questa mancanza dipendano tutte le altre.

 

E non è affatto poco, in questo mondo mancante.

 

Continua la lettura:

8. Come Fa a Mancarci una Vita che Non ci Piace?

 

Torna a: Ci Manca Sempre Ciò di Cui Abbiamo Paura: Riepilogo

 

Rispondi alle 8 domande per scoprire la tua specifica mancanza, al punto “Ci Manca Ciò di cui Abbiamo Paura”.

 

 

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