Il Tempo del Fare

Prima danza, poi pensa.
E’ l’ordine naturale delle cose.
Samuel Beckett

C’è un tempo del Fare. O del ritornare a Fare. O di apprendere come Fare.

Senza Fare materialmente, nessun altro livello è possibile. Quindi i successivi si basano sul Fare, sempre. Se non so Fare, al Fare tornerò. Altrimenti non so andare. Non mi posso allontanare. A volte, ad esempio, non è il caso di Sentire, per Fare. Perché altrimenti non facciamo mai quel passo previsto e bloccato chissà quanto tempo per il troppo Sentire. O il Mal Sentire.

Ma va da sé che il solo Fare è limitato nell’esperienza monca.

E nella nostra epoca noi siamo circondati dall’azione e basta. E dal non chiedersi. E’ questo il nostro tempo, del Fare per non Sentire. I quali, come vedete, sono i due riferimenti per eccellenza. Pensate soltanto a quanto si parli oggi della riscoperta della noia dei nostri spazi da bambini, rispetto all’affollamento di giochi e attività dell’infanzia. Si dice che solo la noia, la mancanza di attività, induca l’iniziativa, l’atteggiamento esplorativo, la richiesta a se stessi di cosa sentiamo di esprimere, da cui la creazione e quindi la creatività.

Avete idea di quanto si tratti del Fare in terapia? Potete immaginare quanto le persone riferiscano problemi del Fare?
Non riesco più a Fare niente.
Non me la sento.
Non so cosa Fare.
Non so che altro Fare.
Non voglio più Fare.
Mi sento bloccato, incapace.
Le cose che facevo prima, ora mi sembrano impossibili.
Ma cosa stai facendo, mi sono chiesto?
E’ come se quello che faccio sia completamente separato da quel che sono.

Il Fare in filosofia è una funzione adeguata al nostro Sentire di quella attitudine che Aristotele chiama ‘phrónesis’, che si può tradurre con Saggezza: un’azione venata di Consapevolezza. Di sé e degli altri. Che ci permette appunto di agire in modo adeguato.
Altrimenti, nel fare possiamo sentirci agiti, dice sempre Aristotele. E oggi questa affermazione ci porta dritti al nostro benessere.

Fare e Sentire come poli in opposizione dell’esistenza quando stiamo male

E’ curioso notare come Fare e Sentire siano inversamente proporzionali e in opposizione dentro di noi quando stiamo poco bene psicologicamente, e ci sentiamo tirati da tutte le parti. La questione è nella polarizzazione dei concetti relativi.
Se faccio tanto, lo faccio perché credo che non io non possa Sentire per riuscire a Fare. E viceversa, se non mi va proprio di muovermi, di decidere e agire, è perché lo percepisco come un disturbo al provare emozioni, vivendo i due poli come non allineati: Fare mi provoca sensazioni spiacevoli ormai, e allora non lo faccio più e basta. Se sento quella che io suppongo essere la verità, mi convinco di non poter più Fare quel che facevo prima. Se faccio quel che ho sempre fatto, non riesco più a sentire me stesso.

Ma noi rispondiamo sempre in terapia: non puoi bloccare tutto, di colpo. Ti senti bloccato e d’accordo. Ma tu che fai? Rendi il blocco una paralisi? Ma andiamo…

Non ti accorgi che per reagire ad una questione spiacevole la rendi 100 volte più spiacevole? 

E’ solo un momento in cui riprendere tutto il filo che delle cose ad un livello più vero e profondo. Basta esprimere quel che senti e rendertene conto e capire come ridefinire tutta la tua vita. E continuare. E sviscerare. Ed esprimere. E sentire le differenze. Ma se blocchi tutto, non vivi più, all’improvviso, e non avendo più niente attorno, non senti più la bussola. Non distingui chiaramente ciò che ti piace da ciò che non ti piace. In altre parole, quel che hai sentito che non andava, ti ha dato quella consapevolezza. Se ti togli dai rimandi e dalle sponde, dal lavoro o dalle relazioni, come farai a sapere se stai indirizzando di nuovo e meglio la tua vita, proprio come la sensazione di blocco ti aveva indicato?

Esempio:
Basta, ho capito che c’è qualcosa che non va.  Allora? Allora vuol dire che il rapporto tra noi non funziona. E quindi occorre che io stia da solo a ridefinire la mia vita. Ehhh? Ma sei scemo?
Sono stato scemo a dire così?- mi chiede un cliente? Francamente? – Sì, certo.
Madonna se sei stai scemo.
Ci si lascia, nel caso, insieme, come una fioritura, non come una fuga.
Ah.
Eh.
Ci si confronta e ci si apre, sempre, all’altro. Bene, direi. Ho fatto un disastro.
Ecco
.

Questo è ciò che accade se continuo a vivere nel mal vivere e nel mal essere.
Al contrario, se scelgo di vivere fuori dal malessere per definizione e prima di ogni altra cosa, mi rendo conto che il vero benessere è:

1. Fare connesso e conseguenza del Sentire: provare ad uscire dall’impasse indirizzati dalle intuizioni emotive
2. Sentire come conseguenza del Fare: provare emozioni di scoperta ogni volta che decidiamo di continuare a muoverci. C’è solo sempre da imparare nel compiere un gesto in un determinato modo, con trasporto e partecipazione.

Sono pertanto l’uno l’appendice dell’altro, i due poli Fare e Sentire. E non esiste alcuna contrapposizione o conflitto. Anzi, quando il conflitto tra andare a Fare e stare a Sentire si ripresenta, è indice del ritorno alla zona del malessere. Ed è bene che lo sappiamo. Non c’è qualcosa che non funziona fuori e che devo risolvere. E’ l’atteggiamento, il sistema, la percezione tutta che si reimposta su un conflitto interno che mi logora da troppo tempo. La soluzione allora è solo una sintonizzazione diversa. Una connessione più armonica con me in un intendere le cose della vita in maniera sbloccata e quindi ispirata. Come la ricerca della chiave per star sempre bene, non la soluzione ai problemi as usual.

Quante volte ci siamo chiesti: ma è il caso di andare a quella cena o accettare quella situazione se poi ne sarò sicuramente insoddisfatto? Eppure, convinti dell’errore che stavamo facendo, quanto ci siamo poi dovuti ricredere su quanto abbiamo fatto bene ad andare? Erano tutte paturnie nostre- ci diciamo.
La sostanza è che ciò che chiamiamo malessere, alla fin fine è incepparsi troppe volte sulle cose da Fare, tanto da esserne confusi e ritrovarsi in un pantano dove prendiamo schiaffi da tutte le parti.
Fino ad arrivare ai famosi paradossi, appunto. Se lo faccio mi sento male. Se non lo faccio mi sento ancora più male. 

L’esempio dello sblocco per eccellenza allora è proprio quello del corpo. ‘Sento il bisogno di andare a correre’- ci diciamo. Cambio la bussola e la riporto sul corpo, sul dentro, non sul fuori. Su un centro. Capisco che ho bisogno di un centro tutto mio, interiore, che mi aiuti ogni giorno.

Se continuo così, mi baso di nuovo sul Sentire -ritrovo le mie sicurezze- mi si riapre il respiro e ritorno alla lunga a vivere nell’Essere, terzo stadio a questo punto della vita, dove so che ciò che faccio “è” ciò che sento.

Pertanto, ricapitolando, vivo prima la stagione del dover compiere tutta una serie di passi. Ed è bene che lo sappia e lo faccia materialmente, senza distrazioni, basandomi poi, col tempo, il più possibile sul Sentire.

Così facendo, entro nel circolo virtuoso del Sentire e Fare allineati, laddove prima era un giro contrapposto, divisivo e quindi vizioso. E finalmente nel Sentire mi muovo in questo circolo in modo prezioso e vitale.
Solo a questo punto mi rendo conto di respirare nell’Essere e di muovermi ispirato e adeguato per definizione, senza nemmeno distinguere tra ciò che faccio e quel che sento. E’ un tutt’uno.

Basti l’esempio minimo del vivere una splendida giornata nella natura, dopo un passo che abbiamo deciso di Fare e ci fa sentire molto bene. Lo abbiamo sentito dentro che ci avrebbe fatto bene e lo abbiamo pertanto determinato come se si fosse creato da sé, non è così? Non abbiamo spesso, nei momenti migliori, l’esperienza che qualcosa si sia manifestato dal nulla, da una serie di coincidenze e incontri magici durante una giornata? Ecco. Accade quando i tre modi di esistere sono allineati.

E vale anche l’esempio massimo della scelta di un lavoro dove il compito sia così agevole per noi, perché lo sentiamo così tanto nostro da indurci all’istante a viverlo come espressione profonda di noi stessi, fino a che ci realizziamo realmente come Essere in questo mondo. Quando ci sentiamo realizzati, non è altro che vivere in una struttura profonda di momenti di Fare e Sentire così coordinati che realizzano l’Essere. E tutto quadra.

E di tutto questo, la misura del Fare è la vera indicazione del benessere. C’è un balletto in terapia che si verifica in ogni trattamento: Se vuoi realmente fare qualcosa troverai il modo… Se non vuoi veramente troverai una scusa.
Jim Rohn.

E’ molto vera questa affermazione. E la ripetizione di questa sensazione tra terapeuta e paziente spinge quest’ultimo finalmente a Fare ciò che sente.
Mentre prima di solito si arriva in terapia quando le persone non fanno più ciò che sentono. Pensavo di non poter Fare più quel che sentivo, ma ora capisco che non era vero per niente. 

Anche la seguente affermazione sembra scritta da un terapeuta e forse Francesco lo era, il terapeuta dell’anima:

Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile.
San Francesco d’Assisi.

Il gusto che si ri-apprende è:

Cerco sempre di fare ciò che non sono capace di fare, per imparare come farlo. Pablo Picasso.

Addirittura i proverbi ci guidano in questa fase:

Meglio fare e pentirsi che non fare e pentirsi. 

A casa bruciata dagli fuoco.

Dice Mark Twain: Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.

Ritornare a Fare allora giammai è tornare indietro, ad un livello minore.
E’ viceversa capire che è la chiave per  progredire di nuovo. Per rimettersi nella natura. Nella condizione di rendersi conseguenti. Oggi si esalta questa visione, come nel magico potere del riordino.

Non ti stiamo dicendo che quando ti senti bloccato e non riesci più a Fare, devi continuare a star male facendo. Ti stiamo dicendo che occorre che consideri il tuo fare mai come un blocco, ma come un modo che ti aiuta sempre ad imparare qualcosa, a portarti a sentire ogni volta cose diverse. Cambia la percezione di cosa significhi Fare Davvero. Come fai a star meglio se non fai più e non ti chiedi cosa senti sperimentando il cambiamento?

Il paradosso è che persino l’Essere, il più autentico e profondo manifestarsi dell’umano, se non ha il Fare come dato acquisito, è scisso dalla realtà e fonte di malessere. E’ fingere di Essere. E a volte fingiamo per stagioni infinite. Ce ne accorgiamo perché ci rifiutiamo di Fare per non mettere realmente alla prova il nostro narcisismo. E oggi viviamo nell’era del narcisismo.
Come sto? Bene. Solo che mi sento un po’ scisso dalla realtà. E’ come se per star bene dovessi però tirarmi fuori. Ritirarmi dalla vita reale. 

In definitiva, il Fare o Non Fare o il Come Fare, sono tutti sintomi, indicatori, di un realizzarsi o meno. Che puntualmente viene analizzato nel lavoro su di sé in terapia.

Per cui, capite bene di cosa parliamo quando parliamo di Fare. E di come, se non ne trattiamo e non siamo edotti sulla differenza tra i tre stati d’animo e i tre livelli in cui muoverci, tutto si riduce ad un semplice Fare inteso come menare azioni. E non è così. E’ ben più prezioso di così. D’accordo, lo faccio. Ma perché lo faccio? E cosa sento mentre lo faccio? Quale espressione del mio modo di Essere e di Sentire è tutto questo Fare? 

Ed ecco che torniamo a vivere.

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Sentire
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