La Freccia Aderisce in Modo Entusiasta e Presente

Questo articolo è la continuazione di: La Tendenza dell’Arco nella Freccia

Ciao terapeuta.
Ciao cliente.
Sono stata lasciata.
Quando?
88 anni fa.
Ah.
Scherzo.
Lo so.
Allora. Mi prendi in giro.
Sì.
Perché.
Perché sono passati anni.
E quindi?
Hai lasciato che questa persona e la sua perdita bloccasse la tua vita. E non ce lo possiamo permettere.
Tutto qui?
Tutto qui.

Il nostro essere Freccia aderisce in modo entusiasta e presente.
Questo c’è mancato e questo ci riprendiamo. Altrimenti la grande rivoluzione non arriva. Non può arrivare.
Ci sono case accese e case spente.
Quante volte da bambini (e non) siamo andati in case di amichetti e tornavamo turbati da atmosfere completamente diverse?
Questo è il senso del piccolo dialogo paziente-terapeuta riportato qui sopra: se la tua casa è accesa, allora chi non ti vuole non ti merita, e torni presto alla vita. Cura le tue atmosfere coinvolte. Se no, se la tua casa d’infanzia era spenta, oggi è probabile che anche la tua d’adulto sia ancora spenta. Sei tu allora che oggi ti fai bloccare.
Ayrton Senna era talmente votato ai suoi obiettivi che una volta commentò che un muro si era spostato causando la sua fuoriuscita di pista. Tutti sorrisero, giudicandola una pessima scusa. Allora lui pretese una ricognizione con il direttore di pista e insieme scoprirono che era vero: un precedente incidente aveva spostato di pochissimo il muro di contenimento in quel punto della gara, causando l’impatto della traiettoria. E solo lui se n’era accorto.
In un test psicologico che facciamo riempire ai nostri clienti, esiste una delle 20 dimensioni misurate che rappresenta l’Appartenere. Il quale, come concetto riguarda proprio lo stile dell’esserci o non esserci totalmente e a prescindere. Senza chiedersi più nulla e senza più mille dubbi. Ed è un concetto che mi ha stravolto la vita, più di 20 anni fa, quando l’ho scoperto e ho deciso allora che sarei appartenuto comunque, senza più nemmeno chiedermelo, proprio perché non avrei mai saputo farlo bene, tanto valeva allora provarci con tutto me stesso. E ancora lo faccio oggi, ogni giorno.
Non c’è qualcosa da aspettare per farlo. Tutt’altro. Buttati. Senza chiederti in che cosa, mi sono detto. Ogni giorno. E via.
La gioia di vivere piena e consapevole, a fondo corsa e come se non ci fosse un domani, è la chiave per risolvere la paura e la sensazione di dramma inesistente di una vita contratta, staccati da noi stessi, bloccandoci pian piano.

Quando io ero un controsenso ambulante che camminava bloccato, emerse anche per me la domanda del terapeuta: ma da dove viene secondo te questa sensazione di dover procedere contratto e protetto? Perché in sostanza ti controlli non puoi mai troppo lasciarti andare? Di cosa hai paura? Per che cosa ti senti sempre in colpa?
E tra le altre risposte emerse un’immagine di un membro della mia famiglia che giocava un gioco psicologico con me che solo allora riuscii a scoprire: ‘t’ho beccato fdp’ (figlio di…). Come lo nomina Eric Berne nel suo ‘A Che Gioco Giochiamo?’. In sostanza, mi puntava il dito contro, a me bambino piccolo, e mi diceva ‘guarda che io ti ho visto, sei stato tu, io ti controllo, ti vedo, sentiti in colpa!’. E lo faceva senza che io avessi alcuna colpa e nemmeno sapessi di che cosa stesse parlando, inveendo con una forza, un livore, un bisogno suo, che mi faceva spesso tremare e sentire tutto sbagliato. Povera stella. Avevo 3-4 forse 5 anni… E mi dicevo, nella mia purezza: ‘se non riesco nemmeno a capire di che cosa sta parlando, devo essere io quello sbagliato’.
Ecco come nascono e si sviluppano i traumi delle famiglie normali.
Quando poi si cresce, ci si rende conto benissimo che quella persona non stava del tutto bene, ma il danno ricevuto non lo consideriamo nemmeno. Crediamo soltanto che la vita per noi sia difficile e che siamo noi in realtà ad essere fallati in qualche modo, senza più collegare i due fatti.
Ma quando appunto il terapeuta ci fa la domanda, come successe a me, ed emerge quel comportamento ricorrente tra gli altri, allora ci si lavora direttamente, ‘dando luce’.

Adesso chiudi gli occhi -mi disse il terapeuta- e torniamo lì e allora. E immagina che ora ti muovi nei panni del tuo bambino e investi quella persona di un fascio di luce benevola che esce da te, dal tuo modo di essere energico e vitale, come tutti i bambini, e che scansi quel dito puntato prendendo in giro quella persona, e che lei capisce, e ti ringrazia. E che comunque non t’interessa come reagisce, visto che poi passi oltre senza mai più farti influenzare e ti dedichi alla cosa che poi è stata pregiudicata nella tua esistenza: la gioia sfrenata e totale e lo star bene completo e il seguire senza remore né indugi la tua energia e il tuo flusso di interesse e coinvolgimento.
Immaginare una luce serve proprio perché noi evolviamo attraverso immagini interne che ci emozionano. Altrimenti, se non usiamo metafore visive, nulla cambia.
Questo accadde a me in terapia e mi fece rinascere da un giorno all’altro.
E questo in seguito ho iniziato a far fare ai miei clienti senza più smettere: vedersi come una freccia nell’arco della vita e far scoccare finalmente il nostro vero modo di essere.

Quello che segue è solo lo schema di come ci si lavora in un gruppo di terapia corporea bioenergetica. Fatelo anche voi: segnarsi un momento e un tempo dedicato a questa esperienza, può significare molto.

  1. Frase da appuntarsi: Posso vivere la mia vita pienissima e a fondo corsa, colma di vitalità, gioia e affermazione di me, senza alcuna remora e come se non ci fosse un domani, perché… scrivere tutto ciò che viene spontaneamente chiudendo la frase.
  2. Ripetere la stessa identica frase con il ‘non posso…’ e concluderla allo stesso modo con tutto ciò che viene fuori.
  3. Verificare quale dei due è più forte al momento.
  4. Su diversi e comodi materassini sovrapposti, distesi a terra, sbattere piedi e mani sui materassini, gridando tante volte e con tutto se stessi, sììììì!!! poi nooooo!!!! Che stanno a rappresentare: sì posso, e no, non posso. E sentire che quale dei due è più forte. Al termine, ripetere ciò che abbiamo sentito più forte dei due…. 

  5. Poi a coppie, tirare una coperta o un asciugamano arrotolato dicendo sìììì!!! e poi noooo!!!! (Da soli lo si può fare attorcigliando un asciugamano). Tirare dicendosi che lo si fa con pieno diritto. E poi provare a tirare verso il posso e poi verso il non posso. Infine una terza volta, gridando ciò che abbiamo sentito più forte…
  6. Al termine, ciascuno cammina circondato dagli altri che gli gridano la propria ferita e le proprie voci interiori che il partecipante ha segnato nell’elenco ‘non posso’. Questo potrebbe farci schierare immediatamente verso ciò che desideriamo sul serio.
  7. Infine, si ripete con la stessa persona che invece punta come fosse una freccia una lampada dall’altra parte dello studio. La lampada rappresenta un suo obiettivo importante, verso cui indirizzarsi. Si dirige allora con tutto se stesso verso quella lampada e attraversa il muro dei compagni schierati di fronte che gli ripetono le stesse voci insistenti e boicottanti di prima. Al termine, il partecipante condivide se ‘sentirsi indirizzato’ ha evitato del tutto o in parte di ‘far entrare’ le voci che prima erano ‘micidiali’.
  8. Conclusioni
  • Quali sono le chiavi la per mantenere il ‘sì posso’ pieno e totale nella nostra vita.
  • Stare nella testa / nella routine / nei nostri piccoli vizi / nella rigidità del carattere / è molto più ‘scarico’, attaccabile e più esposto che mettersi alla prova verso un coinvolgimento che ci fa provare un progetto, un obiettivo, pur piccolo che sia.

Come si vede, non riportiamo i dettagli, i passaggi e gli effetti di trasformazione evidenti nell’aria. Ma l’esempio è così pulito che rende bene cosa si faccia in terapia per ritornare a sentirci indirizzati e motivati.
E risponde alle vostre domande, se vi chiedete cosa cambiare e come cambiarlo in modo pulito come una freccia.

Ogni freccia lascia un ricordo nel tuo cuore − ed è la somma di questi ricordi che ti farà tirare sempre meglio.
Paulo Coelho.

Una freccia può essere scagliata solo tirandola prima indietro. Quando la vita ti trascina indietro con le difficoltà, significa che ti sta per lanciare in qualcosa di grande. Concentrati e prendi la mira.
Tenzin Gyatso (Dalai Lama).

Vai a Idea Semplice, Orizzonte Pulito.

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