La Gratitudine Urgente

Questo articolo è la continuazione di: L’Entusiasmo Non è un Episodio

Recentemente in aereo c’era una gruppo di paracadutisti 60enni. Ma sapete quanto si divertivano e quanto contagiavano tutti gli impettiti passeggeri? Avete presente il pezzo di cabaret di Enrico Bertolino sui muratori bergamaschi in vacanza in aereo? Ecco. Umore dissacrante, trascinante. E così è la croce rossa, la protezione civile, i gruppi sportivi nessuno escluso. Il volontariato lo è in generale. Potete immaginare quanto gliene freghi dei problemi loro personali e di lavoro e famigliari e dello stato della nazione? E quanto abbiano compreso che ogni cosa è relativa e sempre presente a vari strati e gradi in ogni fase della vita? Perché lo fanno e perché esistono questi gruppi se non per trovare tutta d’un fiato questaintensitàeleggerezzainsieme?
Molta gratitudine non si dice, si infonde.

Come quando mi limitavo a strimpellare o canticchiare mormorii indistinti. Dopo aver invece ripreso la mia chitarra con l’entusiasmo dei sedicianni e aver approfondito l’armonia e dopo un corso di canto funzionale di poche stagioni, adesso da tanto tempo ho ripreso il gusto di creare, e il flusso di sentirmi trasportato da questo creare.
E tu, in terapia o meno, mi dici che vuoi ancora capire le tue paure prima di risolverle?
Gratitudine è sentire e far sentire l’urgenza. Senza urgenza la vita non è.
Grazie siete molto gentili, ma io adesso fremo dalla voglia di (qualsiasi cosa essa sia).
Da quanto tempo non fremi dalla voglia di? E allora.
A cosa ti appoggi prima di andare a dormire e quando ti svegli? Ti agguanti ad un desiderio? Allora sei già a cavallo.

Alexander Lowen in tutta la sua opera ha dimostrato come solo farsi travolgere corporalmente dalla propria energia primordiale possa scardinare da dentro ogni blocco caratteriale:

C’è un’enorme differenza tra la follia che è passione (passione divina) e la follia che è malattia mentale. Nella prima situazione, l’eccitazione è piacevole e permette all’io di espandersi fino a che, nel momento culminante, viene trasceso. Ma anche in questo momento, la trascendenza non è aliena all’Io, dato che è naturale e positiva per la vita. Si tratta di un abbandono alla vita più profonda del sé, quella vita che agisce a un livello inconscio. I bambini non hanno paura di perdere il controllo dell’Io. Possono girare su se stessi fino ad avere le vertigini e cadere a terra, ridendo di piacere. Ma la perdita del controllo in attività di questo tipo è un atto libero compiuto senza alcuna pressione. La mancanza del controllo dell’io è naturale nei bambini molto piccoli. (…). Ma quando ci comportiamo sulla base dei nostri pensieri e delle nostre concezioni, non siamo spontanei e ciò elimina la gioia e riduce il piacere che l’azione può produrre. (…). Diventa nevrotico quando il controllo è inconscio e arbitrario, e non può essere abbandonato. 
(…) Questo controllo inconscio esercita un’influenza su molti individui che trovano molto difficile esprimere i propri sentimenti o affermare i propri desideri. (…) Si potrebbe dire che questi individui sono inibiti, che si vergognano a fare richieste a proprio favore. Generalmente la persona è consapevole della propria inibizione, ma è impotente a superarla, dato che non ne comprende il motivo e non percepisce le tensioni che costituiscono l’inibizione stessa. Questo problema può essere affrontato in terapia.
Alexander Lowen, Arrendersi al Corpo, pagg 180-181, Astrolabio Editore. 

E aggiunge James Hillman ne Il Codice dell’Anima, libro che dovrebbe essere regalato dallo Stato ad ogni 18esimo compleanno:

La nostra vita non è determinata tanto dalla nostra infanzia, quanto dal modo in cui abbiamo imparato a immaginarla.
(…). Noi appiattiamo la nostra vita nel modo stesso in cui la concepiamo. Abbiamo smesso di immaginarla con un pizzico di romanticismo, con un piglio romanzesco.
Perciò questo libro raccoglierà anche il tema romantico e oserà vedere la biografia alla luce di grandi idee, come la bellezza, il mistero, il mito.
Fedele alla sfida romantica, si arrischierà a lasciarsi ispirare da parole grosse, come “visione” e “vocazione” e preferendole alle parolette più riduttive. Non è bene sminuire ciò che non si comprende.
Questo libro, insomma, ha per argomento la vocazione, il destino, il carattere, l’immagine innata: le cose che, insieme, sostanziano la “teoria della ghianda”, l’idea cioè, che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta.

(…) Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista. Oppure può possederci totalmente. Non importa: alla fine verrà fuori. Il daimon non ci abbandona.
(…) A questo punto, diventa straordinariamente facile comprendere la nostra vita: comunque siamo, non potevamo essere altrimenti. Niente rimpianti, niente strade sbagliate, niente veri errori. L’occhio della necessità svela che ciò che facciamo è soltanto ciò che poteva essere.
(…).
Per cambiare modo di vedere le cose, bisogna innamorarsi. Allora la stessa cosa sembra del tutto diversa. Al pari dell’amore, il cambio di prospettiva può avere un effetto di riscatto, di redenzione, non nel senso religioso di salvare l’anima per il paradiso, ma in senso più pragmatico. Come al banco dei pegni, ci viene dato qualcosa in cambio, il nostro pegno non era privo di valore come credevamo. I fastidiosi sintomi quotidiani possono godere di una rivalutazione, è possibile reclamarne l’utilità.
(…) una ristrutturazione della percezione: ecco a che cosa miro in questo libro. Voglio che vediamo il bambino che eravamo, l’adulto che siamo e i bambini che per qualche motivo richiedono le nostre cure in una luce che sposti la valenza da sciagura a benedizione o, se non proprio benedizione, almeno a sintomo di una vocazione.
James Hillman, Il Codice dell’Anima, Adelphi Editore.

A questo punto. Che cosa vuoi fare? C’è un meccanismo di non voler vedere, fare e sbloccare che si ripresenta sempre uguale e ti fa sentire mezzo morto.

Sempre Hillman illumina questa chiusura, che riconduce ogni cosa alla nostra visione precostituita, con un aneddoto folgorante. Chiediti se anche tu fai così e se vuoi continuare o cambiare.

Un uomo è convinto di essere morto. Dice ai familiari: «Sono morto» e i familiari lo mandano da uno specialista. Subito tra medico e paziente incomincia un’accanita discussione. Il medico fa appello ai sentimenti dell’uomo verso la vita, verso la famiglia. Poi prova a farlo ragionare, dimostrandogli l’intrinseca contraddizione di una frase come «Sono morto»: i morti non sono in grado di dire che sono morti, perché è appunto in questo che consiste l’essere morti. Alla fine il medico ricorre all’evidenza dei sensi. Domanda all’uomo: «I morti sanguinano?». «Certo che no» risponde l’uomo, spazientito dall’ottusa dabbenaggine della mente dei medici. «Lo sanno tutti che i morti non sanguinano». Al che il medico gli punge un dito. Ne esce una goccia di sangue. «Ma guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto» esclama l’uomo. «I morti sanguinano, eccome».
James Hillman, La vana fuga dagli dei, Adelphi Editore. 

“Scacco.
No.
Scacco.
No. Questo è scacco.
Matto. Di Pedone”.


Beth Harmon, la Regina degli Scacchi.

Lista dei Miei Desideri



Io, se torno a come mi sentivo a 16 anni (o all’età migliore per me), e lo vivo come fosse oggi…



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Riepilogo:
Il Pedone S’illumina sulla Scacchiera dei Sogni
Vivere il Desiderio Prima che si verifichi
Perché ci Sentiamo Ridicoli a Desiderare?
L’Entusiasmo Non è un Episodio
La gratitudine Urgente

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