La Perdita del Sapore

Soltanto la musica è all’altezza del mare.

Albert Camus 

 

Eccone un’altra. Di sensazione palpabile che tutti dovrebbero conoscere.

Ci sono persone offese. Che dicono: ho subito un torto. E cambiano completamente, incondizionatamente. Spesso per i decenni successivi.

La posizione è tematica, karmatica, copionale, di ritiro.

E continuano così imperterriti.

E’ uno dei più grandi sprechi della vita che si possano fare. E uno dei più comuni.

Stephen M. Johnson la chiama posizione di auto negazione.

Hai voglia a dirglielo. Tutti glielo dicono. Ma loro figurati se li stanno a sentire.

Si risolve in 10 minuti di terapia. Ma davvero. A volte 9 minuti. Sul serio. E le persone ti guardano incredule:

– Vorresti dire che sono 30 anni che sbaglio atteggiamento? E come faccio ad accettarlo?

– Sono 30 anni che non sono io che lo dico, ma le leggi della natura. E a loro cosa può interessare se lo fai da 1 minuto o da una vita?

– E cosa dovrei fare? Dire ho sbagliato tutto e tornare a sorridere a questa vita di emme?

– Esatto al millimetro. E molto di più. Smettendo quei panni ridicoli e stinti, uscendo da quella postura recitata e pesante da decenni, sdrammatizzando e prendendoti anche abbondantemente per il culo.

La cosa funziona proprio così.

Esempi veloci?

Può essere un lutto precoce e ingiusto, che non accettiamo. Un tradimento di un amico, famigliare o partner non ha importanza. Una malattia che non doveva capitarci. Un incidente. Insomma, uno dei 7-8 traumi possibili nella vita. Adesso c’è anche l’ottavo, la pandemia. E siamo lì a ripeterci le sequenze del dramma ad libitum.
E dovremmo invece aprirci e guardare dove e come poter imparare da questo messaggio tremendo che ci è arrivato, visto che tertium non datur, cioè non è che ci è concesso di poter fare altro. Punto.

Ma moltitudini di persone non trovano di meglio che chiudersi. Serrano le prospettive.

Ciascuno di noi sa cosa voglio dire sulla propria pelle e su quella dei vicini di posto. Ciascuno di noi lo sa già e sa che non lo vuole vedere.

E porta dentro di sé il rammarico di quell’amico o parente che non ha capito il messaggio e boom, si è chiuso e basta.

Stanno lì decenni a fingere di aspettare qualcosa che sanno che non arriverà e che tra l’altro non vogliono davvero. Ditemi cos’è che non si capisce: decenni-ad-aspettare-qualcosa-che-sanno-che-non-arriverà-e-che-non-vogliono-davvero.

Cosa cerchi in realtà? Chieditelo in profondità.
Un altro amore impossibile che realizzi tutta la tua vita?
Un martirio?
Un risarcimento?
Una via d’uscita, purchessia?
Un riconoscimento?
Una fine qualsiasi, magari attraverso una malattia? Cioè un lento toglierti di mezzo?
Un fallimento personale? Professionale?
Matrimoniale?
Che dimostri al mondo che cosa?

E quando la vita -che comunque dispensa difficoltà a pioggia senza curarsi di chi noi siamo- magari manda loro un’apertura, o non la vedono o non sanno più come prenderla.

Un nuovo amore leggero su di un velo di amarezza?
E come si fa? Meglio di no, meglio stare nel mio, di amaro.

A volte anche la fine di una malattia, svela il meccanismo inceppato. Eh va beh, certo sto meglio, ma quanto ho sofferto? E’ da allora, cara signora, che tutto ormai ha perso sapore.

E intorno a loro emanano una pesantezza, cara signora…

Chi sta loro vicino ormai li sopporta e a volte esplode e non ce la fa più. E li manda affantastico.

Eppure, davvero si risolve in 10 minuti netti. Cari ragazzi del liceo, questo è il teorema della vita: qualsiasi cosa ti capiti, puoi solo aprirti e tutto si rivela esperienza preziosa, qualsiasi essa sia. Anche quando non la capisci e ci metti decenni per individuarne il senso. E quando ti alleni e lo accetti completamente, come principio, che ci si può solo aprire e sorridere con estrema fiducia, i decenni diventano mesi e poi settimane e infine pochi minuti.
Se invece ti chiudi e smetti di palpitare, perdi l’occasione di vivere, sei già morto e soprattutto continui a vivere nel falso.

Basta ascoltare le voci dei malati di tumore che tornano a motivarsi e gli ultimi consigli di coloro che non ce l’hanno fatta.

In un film francese recente, di Cédric Klapisch, il prota 30enne subisce un profondo senso di colpa che non lo fa vivere da 20 anni, fino alla terapia, perché la sorella 7enne in punto di morte, a lui 10enne, raccomandava di vivere intensamente anche per lei. E glielo diceva con la gioia e il rammarico e il trasporto e l’amore di una bambina di 7 anni. E per lui è stato troppo, e anziché onorare queste sue volontà, verità e consigli di vita e di morte vissute intensamente, si è spento e ha vissuto ai margini. Se lei è morta a 7 anni, io che diritto ho di vivere? Posso solo sentirmi in colpa. Ed è morto dentro, con lei. Facendo una solenne sciocchezza.

Ecco la verità della natura che spazza via i teli che abbiamo sparso nella stanza chiusa: che tu lo capisca e lo onori subito o dopo 40 anni, non fa differenza. E’ l’unica cosa che puoi fare. Se non ti è chiaro questo, la vita continuerà a risbattertelo in faccia, ogni santo giorno che l’universo mandi su questa terra, costi quello che costi.

Se invece ne sei consapevole, ti illumini e tutto torna a girare dentro e fuori di te. Senti come un vento e una fluidità che ti spinge da dentro. Come quando ti alzi al mattino senza nemmeno pensarci, perché se già col pensiero a quella cosa bella che andrai a fare.
Allora, che cosa scelgo? Questa è l’unica domanda che conta.

Non è più possibile continuare con questa relazione o con questo lavoro? Qual è il messaggio prezioso che mi arriva da questa esperienza? E come posso onorarlo e condividerlo nella mia vita? Come posso significare nelle relazioni future il dono di questa esperienza?

Ho perso una sorella? Cosa avrebbe voluto lei che io facessi dopo di lei? E lo faccio e basta. Quali insegnamenti mi ha dato che posso onorare condividendoli con gli altri dovunque, nel volontariato, con gli amici e in famiglia, con estremo ottimismo, carica, energia ed entusiasmo?

Dov’è il dono di ciò che mi è capitato? E come posso condividerlo? E in che modo rimetterlo in circolo? Renderlo vivo e attivo?

E’ finito un amore? La vogliamo smettere per sempre con la sopportazione o la rassegnazione o l’annichilimento? Che pratiche mortifere sono? Se l’amore è finito è per chissà cosa gli è preso a lui o a lei o a me. Perché le persone sbagliano. C’è un’affermazione molto dissacrante e sdrammatizzante, sentita chissà dove, che ci spinge a smetterla in un istante con le recriminazioni e i lunghissimi suicidi interiori: quando un amore finisce è sempre colpa di tutti e tre.
Gli esistenzialisti affermano non solo in filosofia ma in modo incisivo anche in terapia, Irvin Yalom per primo, che noi siamo ridicoli in molte nostre manifestazioni. Ma proprio per questo l’unica strada è la consapevolezza che ci porti a trovare un senso profondo e a cogliere la verità è l’intensità dell’esistenza, giammai la chiusura e lo spreco. Mi viene in mente l’Assurdismo di Albert Camus o lo stoicismo di Seneca.

Il nostro amore? Magari si è chiuso o illuso o semplicemente esaurito. Ma posso solo lasciarlo andare. Riaprire le persiane stantìe. E la domanda è solo una: come posso illuminare questo amore per i doni cruciali, essenziali e imprescindibili che mi ha dato, e in che modo tuffarmi letteralmente nella nuova vita grazie a questa fine che in realtà è un nuovo inizio e a questi doni per non chiudermi disgraziatamente e definitivamente al mondo?

Se non accetto questo, sto male, a volte molto male, c’è poco da fare.

Quale cerimonia simbolica posso allora organizzare con le parole e i valori di cui ringrazio il cosmo che mi arrivano direttamente da questo amore che ormai ho dentro?

Questo solo possiamo chiederci.

Quell’amore finito, quel lavoro non più all’altezza, quella parentesi di vita che tanto insegnamento ci ha dato, diventa così il fulcro, il centro del nuovo entusiasmo e non dell’ennesima sconfitta. Tutti coloro che stanno finalmente meglio, hanno scelto questo assioma dello star bene.

Si può soltanto vivere sempre di più, mai sempre di meno.

Dovrebbe averlo detto il medico a ciascuno di noi. Dovremmo averlo sentito gridare nelle manifestazioni di piazza della nostra gioventù.

Dovremmo, dobbiamo, dovremo.

 

Nel bel mezzo dell’inverno, ho infine imparato che vi era in me un’invincibile estate.

Albert Camus 

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