8. La Sindrome della Bella Ragazza

Beautiful girls are crazy

Bruce Weber

(Questo articolo è la continuazione di Urlare la Gioia Dentro alla Paura)

La Sindrome della Bella Ragazza è quel malessere che colpisce chi, non solo ragazza ovviamente, anziché godersi le proprie qualità, vive questa condizione come un problema, a volte un impedimento. E in molti casi vorrebbe proprio non averla mai avuta quella qualità, tanto da far di tutto per non averla, non contarci, distruggerla. Distruggersi. Buttarsi via. Letteralmente.

E’ uno degli esempi più eclatanti di Ricaduta nella Ferita Caratteriale.

Ad esempio, ho avuto almeno due pazienti molto belle che si scarnificavano il viso, all’inizio con la scusa dei brufoli, ritrovandosi da anni dei buchi in faccia incredibili, da dover coprire col cerone come si fa con un segreto inconfessabile e una bugia a se stessi. Ma con la consapevolezza presentissima di avere un sospeso pesante con la propria bellezza.

La bella ragazza (e le sue varianti, che tra poco vedremo) non riesce mai a trovare un partner stabile e definitivo, e non lo trova poiché vive la propria bellezza con atteggiamento ambivalente, contrastato, da confermare all’esterno, come una difficoltà che ha sempre portato più guai che altro, tanto da far affermare, nei casi più pronunciati, che sarebbe stato meglio non essere belli.

E pur ossessionata e incalzata dagli uomini e dalle relazioni, non potendo godersi la propria bellezza, non si gode nemmeno la bellezza degli altri, non va verso chi e che cosa le piace davvero, perché troppo trasporto e emozioni intense di innamoramento o di coinvolgimento professionale le portano in realtà sempre la solita ansia e angoscia.

E si ritrova così ogni volta nel circolo vizioso del disadattamento e della ricaduta, come abbiamo visto bene nella serie di articoli su Ricaduta e Ripartenza.

Varianti di questo disturbo che prende molte più persone di quanto immaginiamo, sono: la Sindrome della della Ragazza Ricca e la Sindrome della Brava Ragazza.

Anche le varianti opposte sono della stessa sostanza e natura: vale a dire chi deve mostrare di essere sempre bella, sempre ricca o sempre brava, in modo rigidissimo. E non può vivere se non nell’angoscia di esistere solo per essere perfettamente così. Come programmata.

Ma qui ci occupiamo di coloro che si oppongono, boicottano e vivono contro questa condizione, e quindi alla fine, senza accorgersene, contro se stesse. E che su questa ribellione prima all’ambiente famigliare e poi a sé, non riescono mai a trovare la propria collocazione proprio perché contrastano il proprio modo di essere spontanee (!) e quindi non potranno mai trovare né pace né se stesse. E non se ne rendono conto.

Costoro vivono, rispettivamente, la propria bellezza o ricchezza (di solito famigliare, senza meriti diretti) o bravura, come qualcosa di cui vergognarsi e da rifiutare, comportandosi in modo monastico, ritirato, sofferto, oppure non credendo per nulla al proprio talento, scegliendo di vivere fuori, ai margini, alla continua ricerca di qualcosa che sembra sempre mancare ma che in realtà avrebbero in abbondanza (!).

Diverse le persone che ho visto in terapia che avevano centinaia di milioni di euro in famiglia, e che dicevano: ‘io sono ricco quindi nessuno mi mette il sale sulla coda. Se fossi povero, almeno dovrei sbattermi, darmi da fare. Invece, continuo a comportarmi come fanno tutti in famiglia mia, non faccio niente perché ”me lo posso permettere”. E così va tutto in vacca. Tanto chissenefrega’.

Impressiona, tale malessere, perché prende proprio chi è dotato o privilegiato, e potrebbe viversi splendidamente la vita, e che invece, proprio per questa dote, qualsiasi essa sia, non vive affatto bene (!).

Una persona, molto bella e molto portata alla pittura, mi ha mostrato i ritagli di giornale di quando aveva 14 anni e dipingeva in modo così artistico che i suoi quadri venivano già quotati migliaia di dollari (viveva in Sudamerica). E ogni volta che si metteva al cavalletto, in casa si fermavano tutti, come in attesa di un capolavoro. E lei aveva sviluppato 3 problemi: ciò che produco è più importante per i miei famigliari di ciò che io sono; la mia arte mi allontana da me; e infine: meglio andar via, isolarmi, evadere, da me stessa e dalle relazioni strette, che tendono tutte a sfruttare gli altri.
Così, a 15 anni decise che non avrebbe mai più dipinto.

E così quando la conobbi, a 40, oltre a non aver mai più preso in mano un pennello, non aveva ancora mai avuto relazioni stabili, famiglia, figli e lavoro che l’appassionassero davvero. Era come sospesa e ritirata. E per qualche verso, viveva un’esistenza vagabonda e senza meta.

Un’altra ragazza, molto bella, era stata bersagliata dall’invidia del fratello maggiore di 4 anni, e dall’educazione molto rigida della madre. Il fratello la sminuiva sempre, ancora da adulta, a 33 anni lei e 37 lui, le diceva sempre che le cose che indossava le stavano male, e in generale, in famiglia si metteva sempre bocca nella sua vita, nel suo modo di essere, nelle sue scelte. Il padre, di carattere sottomesso, non l’aveva mai difesa, e quindi lei non aveva confini. Permetteva che gli altri si prendessero qualsiasi libertà con lei dicendole ogni volta che cosa fare e non fare.

Quando è venuta in terapia il motivo riguardava soprattutto le relazioni: lei viveva molto male la sua bellezza. Lo schema del Circolo Vizioso della Bella Ragazza, per lei iniziava con la conoscenza, per lavoro e non, di uomini e donne che restavano abbagliati dalla sua bellezza e dalla sua competenza. Era infatti anche molto brava ragazza. Studiosa e sempre eccellente nei compiti di lavoro. Aveva effettuato diversi master all’estero ed era sempre decisamente apprezzata per i risultati di lavoro. Il secondo passo consisteva nell’inizio di relazioni amicali o collaborazioni di lavoro (lei era libera professionista) più profonde. Ma lei non poteva mai sentirsi libera di comportarsi come avrebbe voluto, poiché in una terza fase, gli uomini ‘ci provavano sempre’ e le donne, in qualche modo ‘l’abbandonavano sempre’ per una insofferenza a starle vicino, lasciandola con delle vere e proprio scenate di gelosia-invidia, per come fosse circondata dal successo non solo per la bellezza ma anche per le sue capacità di studio e di lavoro.

‘Se sono realmente me stessa fino in fondo, le persone si illudono se sono uomini, e mi rifiutano se sono donne’.

Nella quarta fase del circolo vizioso, ogni volta doveva ripartire totalmente da capo, nel lavoro e nelle relazioni, come se si chiudesse un ciclo. Sentendosi totalmente sola e in dovere di ricominciare tutto, con un vissuto di colpa, di ferita, di dramma esistenziale, sempre più grande.

‘Non posso mai avere persone vicine, come colleghi o amici; partner non riesco a trovarli in modo che mi piacciano sul serio, e le amiche del cuore mi hanno sempre abbandonato, tutte, fin dalla scuola. Ho come un destino maledetto’.

Avete avuto anche voi dinamiche come queste nella vostra vita? Oppure conoscete qualcuno che le vive? E vi chiedete come si esca da questa condizione apparentemente irrisolvibile? E sopratutto: se ne esce?

Sì, sì, senz’altro. Su questo non ci sono dubbi.

Quest’ultima cliente è rifiorita letteralmente dopo pochi mesi di terapia: ha imparato a rimettere i confini precisi, chiari ed espliciti, e ha capito che era lei ad attrarre situazioni non chiare perché era abituata non solo a non dire no alle rotture di scatole e ingerenze infinite della propria famiglia, ma anche ad avere sempre bisogno di qualcuno che entrasse nella propria vita, e le dicesse che comunque era bella e capace.
E solo perché a casa sua da bambina tutti le andavano contro perché la sua bellezza e le sue doti provocavano fastidio ed invidia.  

E tutto ciò, da adulta, la spostava letteralmente dal vero problema: non diceva di sì ad altre situazioni relazionali e di lavoro che la attraessero di più. E in cui coinvolgersi sul serio. Perché se lo faceva, sentiva inconsciamente che disturbava qualcuno che non voleva il suo benessere totale. 

Non aveva ancora deciso e non si era impegnata mai con incisività a mettere dei paletti, limiti e confini precisi a ciò che gli altri potessero fare e dire e decidere delle cose della propria vita. E così non aveva mai preso una sua direzione di vita.
Usare la bellezza interiore per essere attivi o usare la bellezza esteriore per restare passivi. Questo è il punto.

In sostanza, anche se sembra un termine abusato, queste persone quando si sentono bene-bene, quando sono se stesse fino in fondo, si sentono in colpa. Eh sì, il famigerato senso di colpa. Solo che è un senso di colpa così forte che le porta ad aggredirsi letteralmente ogni volta che hanno a che fare con la bellezza, interiore o esteriore. ‘Perché essere me, è sbagliato per definizione’ -ha affermato una di queste anime nella corrente.

E solo perché così è successo fin da quando erano piccole-piccole e sono state così tanto aggredite ogni giorno, da aggredirsi da sole, oggi, senza nemmeno rendersene conto. Bersagliate, suggestionate e convinte ad auto tormentarsi per qualsiasi cosa, e a sentirsi in dovere di fallire, e di sentirsi sole se si realizzavano e se vivevano serene e coinvolte (!).

Continua la lettura: Due Casi di Belle Ragazze

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