Leggerezza Profonda: 19. I Picchi si Toccano

 

Se c’è una via verso il meglio,
essa necessita di uno sguardo intenso al peggio.
Tomas Hardy

 

Spesso mi chiedono: come mai ai momenti migliori si susseguono crisi improvvise e passi indietro inaspettati?

Eppure mi ha sempre stupito questa domanda, tanto è evidente il concetto.

Perché i picchi si toccano.

E questo è solo il primo aspetto del tema dei picchi d’intensità. Poi vedremo cosa c’è dietro le sensazioni di ascesa e ricaduta.

Ma per cominciare, giova vedere il meccanismo per quello che è:

le emozioni forti si richiamano l’una all’altra.

E se io ho vissuto “ritirato” per molto tempo, oppure a resistere o in apnea, o sotto uno stress incredibile…

…una volta che sto finalmente benino -e poi bene! -e infine benissimo…!

…devo comunque aspettarmi una botta di ritorno, una coazione a ripetere freudiana, un ritorno di fiamma delle mie paure o fissazioni.

Allora ben vengano, questo è l’atteggiamento giusto.

Non è altro che un ricordo / una connessione naturale / una corrispondenza normale.

Non è una ricaduta.

Mentre invece miliardi di persone si scoraggiano dopo i primi tentativi e si sentono condannate all’infelicità.

Bisogna solo saperlo, attraversare la botta, e non agire e non decidere nulla quando ci capita.

In questo senso, infatti, anche la ricaduta è un dono.

Poiché non può non esserci.

Come possiamo averlo mai pensato? Che un dono come quello di questa nostra vita, possa esserci risparmiato per sempre?

In tale accezione non abbiamo bisogno di nirvana, anzi.

È normale che io risenta ogni paura o fissazione o resistenza proprio quando la rompo di più, la supero o la integro maggiormente, poiché è un meccanismo omeostatico.

Esattamente come il diaframma bloccato, quando lo sottoponiamo ad esercizi potenti:

ha uno spasmo di rilassamento e poi di ritorno al blocco precedente. Fino a che, dai e dai… resta più rilassato ed elastico.

La natura non contempla il vuoto. E allora viene riempito immediatamente da energia. E se finalmente, a volte dopo anni, sento le emozioni pulsare fortissime, ciò richiama necessariamente le paure che hanno impedito che ciò accadesse. Come potrebbe essere altrimenti?

Va da sé che la nostra vita sia un’onda, più o meno estesa e profonda. E se accettiamo tutto…

…non cercheremo più momenti solo in sella all’onda, da cavalcare superficialmente…

…ma ci lasceremo andare volentieri alla forza della corrente…

…lasciando che ci rivolti come vuole.

E l’unica cosa da fare è godersi questo sconvolgimento fino a che risaliremo di nuovo.

 

Come vedete, cambia l’attenzione, il desiderio, l’accento e la valorizzazione di ciò che ci succede.

Je t’aime. Non temere -rispondeva Lino Banfi, in una vecchia battuta degli anni ’80.

Eppure è proprio così. Se ami, temerai molto, prima o poi, con tutta la valanga che ne consegue.

Il caso del campione di sci italiano che usciva alla seconda manche solo quando era in vantaggio alla prima, è emblematico. Ed ha risolto il problema soltanto nel momento in cui ha accettato il paradosso: non lo cambierò mai, va bene così, il motivo risiede nelle mie paure profonde di farcela, ci convivo per ciò che posso e cerco di comprenderle.

Ed è così che è diventato campione del mondo. Imperfetto e umanissimo e per questo finalmente meritevole.

In sostanza, posso decidere che non mi rovino mai più i momenti belli né evitando, né soffrendo, né temendo il peggio.

 

Ma perché ne scrivi? Perché tiri fuori l’argomento? Vuoi dire che le persone che si rovinano la vita sono tante?

Mi prendete in giro?

Sono miliardi.

 

Non facciamo altro. Non esiste altro.

Io ne scrivo perché la mia famiglia era la Fiera Campionaria del Rovinarsi la Vita.

Ci potevi trovare il padiglione del “Copriti. E se Piove!?”, ma anche il “Non mi far stare Preoccupata, per Cortesia!”. Fino al famigerato reparto: “Oddio, e adesso? Cosa succederà che non abbiamo Previsto?!”. Per citare ovviamente quelli più leggeri.

Noi continueremo a chiederci e a “vedere” sempre le stesse cose e smetteremo non quando staremo meglio, anzi, quello sarà il momento in cui scateneremo di più le paure opposte.

Smetteremo allorché, avendo accettato tutto ma proprio tutto di noi stessi…

…allora non agiremo più le nostre ansie paturniose…

…bensì ascolteremo quel che continua a prodursi…

…senza fare più niente, sdrammatizzando e prendendoci parecchio in giro.

Io a volte guardo ancora l’addetto ai controlli dei furti con la paura assurda che mi accusi di aver rubato qualcosa, ma non esco dal negozio a mani alzate.

 

Perché il bello del principio dei picchi di emotività che si corrispondono non vale soltanto per capire che quando stiamo bene…

…poi seguiranno momenti di contraccolpo emotivo…

… vale ancora di più al contrario, ecco il bello di tutta la questione del nostro benessere:

Se accetto che sto male e lo comprendo e non lo fuggo più,
attraversandone le sensazioni…
e mi alleno a farlo ogni volta che capita, senza più farmi preda di agitazioni infinite…

…allora sì che sarò pronto -inaspettatamente!- per la gioia più intensa e profonda.

 

Poichè davvero in terapia si assiste ogni volta allo stesso fenomeno:

quando abbiamo accettato davvero e siamo stati nel lutto sul serio,
senza aspettarci più nulla-nulla-nulla…

…allora sì che si scatenano momenti intensi, importanti, liberatori e duraturi.

Momenti in cui gli altri stentano a riconoscerci per quanto stiamo “diversamente bene”.

Teresa, lo scorso Natale si sentiva talmente ok, dopo aver riattraversato, come Caronte, tutto il fiume delle sue paure famigliari, che si ritrovò un’energia inesauribile e una capacità di reggere l’organizzazione delle Feste che mai aveva avuto nella vita.

Ed ha dovuto ammettere che sì, era felicissima, come non mai. E in modo totalmente inaspettato.

Poi, certo, è bastata una frase di qualcuno a farla ripiombare nelle sue paturnie. Ma lo sapeva. Tutto qui. Intanto si è vissuta uno dei Natali migliori della sua vita.

 

Perciò, accade così:

non è fermandosi impauriti -e controllando!- che i picchi li livellano.

I PICCHI NON SI DEVONO E NON SI POSSONO LIVELLARE!

Succede che accettando il picco negativo
e buttandocisi dentro senza più alcuna mezza misura…

…allora accade che si tocchi di colpo lo stato estremo positivo dal lato opposto.

 

Ora, amici miei: che cosa è chiaro in questa immagine?
Esatto: che poi, alla lunga, tutto diventa più stabile e profondo, sia il contatto con le esperienze meno piacevoli che quello con le emozioni intense e trasformative.
È come un click che scatta.

Ed è questa la seconda parte della faccenda, cui accennavamo all’inizio.

Capiamo che i picchi non ci sono più (!).

Non nel senso in cui li intendevamo prima.

E ogni cosa è illuminata; un’esperienza da attraversare e da cui tutto si impara.

La verità è che il picco di esperienza non corrisponde in realtà alla dicotomia piacevole o spiacevole.

  • Bensì profondo invece che superficiale
  • trasformativo anziché in difesa
  • connesso al posto di disgiunto.

Cambia pertanto tutta la nostra concezione del benessere. E solo per aver accettato che i picchi si toccano.

La vita non è più un arcipelago fatto di atolli di benessere.

E’ un territorio da vivere passo dopo passo.

Il resto è la trasformazione della strada.

 

E’ il quinto stadio del cammino di Portia Nelson che cito spesso:

Autobiografia in cinque brevi capitoli

Cammino per la strada.
C’è una profonda buca nel marciapiede.
Ci cado.
Sono persa…Sono impotente.
Non è colpa mia.
Ci vorrà un’eternità per trovare come uscirne. 

II
Cammino per la stessa strada.

C’è una profonda buca nel marciapiede.
Fingo di non vederla.
Ci ricado.
Non riesco a credere di essere nello stesso posto.
Ma non è colpa mia.
Ci vuole ancora molto tempo per uscirne.

III
Cammino per la strada.

C’è una profonda buca nel marciapiede.
Vedo che c’è.
Ci cado ancora… è un’abitudine.
I miei occhi sono aperti.
So dove sono.
E’ colpa mia.
Ne esco immediatamente. 

IV
Cammino per la strada.

C’è una profonda buca nel marciapiede.
La aggiro.

V
Cammino per un’altra strada.

 

Arriviamo così ad un tracciato in cui ogni cosa non ci sembra più in salita
e non alterniamo più stati d’animo così diversi, altalenanti, drammatici.

Fino a scoprire che i picchi sono come tutti i paradossi e tutte le dicotomie: non esistono nella realtà. Sono rappresentazioni della realtà.

E fanno comodo perché distinguono, polarizzano e ci danno l’illusione di controllare gli eventi e di riuscire a contrastare le difficoltà.

Perciò noi abbiamo 2 sole possibilità:

o resistiamo, controlliamo, viviamo nell’illusione di “andar bene”.
E anestetizziamo, ci opponiamo continuamente alle avversità.
E così facendo viviamo ritirati, per non riprovare più il dolore che molti episodi ci hanno provocato. E ci sentiamo divisi perennemente tra 2 Polarità, i picchi appunto….

..Oppure attraversiamo queste vette emotive con fiducia che prima o poi troveremo una potentissima corrente entro cui stare sempre, nel bene e nel male.

E se ci perdiamo? Ecchessaràmai…

 

Vai al punto successivo:

 

Riepilogo:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.