Lo So, è Curioso


E’ curioso come in terapia si scopra sé stessi in basso, col corpo, lasciandosi accogliere da un gruppo, dal proprio sé adulto e maturo e mai invece in alto, realizzando sogni, colpi di testa e fughe in avanti.

E’ importante vero?

Sapere che posso trovarmi e a che cosa sono destinato, lasciandomi ispirare, trascinare, scardinare dalle emozioni qui e sotto questo cielo, qualsiasi esso sia, per poi finalmente potermi rilassare e accettandomi come se la vita fosse tutta qui e non invece partendo per chissà quale progetto, ci cambia in un giorno l’esistenza.

Ma allora, spiega: non devo realizzare sogni?

Ma sì, certo occorre, sempre e sempre di più. Ma una volta in California, troverò me stesso se riesco a star bene allo stesso modo di come starei anche qui.

Quindi, trova la quadra, la cornice, il processo e il modo. E poi trova la tela, il contenuto, il tema e lo stile.

Se ci pensate, ogni artista che si rispetti ha dovuto prima trovare le condizioni, l’humus per far accogliere ed emergere il proprio talento. E poi questo è potuto sbocciare e trovare il proprio tratto compiuto.

Ed è altrettanto curioso che questa attitudine vale anche per noi che di talento non ne abbiamo, artistico e non.

E’ proprio un processo basico, ontologico, profondo, di ciascun essere umano.

Trova la quadra. Fai sbocciare la tua vita. Non importa per adesso dove e che cosa. Pensa ad un COME, trasversale e primario rispetto a tutto. Che valga a qualsiasi latitudine e in qualsiasi condizione, spazio e tempo.

Questo si fa in terapia.
Creare le condizioni affinché.

E non è infinitamente più importante sapere come comportarmi in California, anziché sapere soltanto vagamente che mi piacerebbe con tutto me stesso, vivere in California?

Il nostro corpo potrebbe dirci, altrimenti, parafrasando Arbore: che mi hai portato a fare ‘ngoppa a Posillipo se non mi vuoi più bene?

 

Lo dico, ne parlo e ne scrivo poiché la smania del cambiamento radicale, dell’altrove e della deriva da questa vita sbattuta in mezz’al mare è la più grande tentazione a partire e a ricominciare tutto, come in un film, e compare spesso nei racconti dei clienti in terapia.

Ma è appunto, un film. Una narrazione. Uno storytelling di come sarebbe stata la nostra vita con un’iniezione di come potrebbe ancora essere. Iniezione di solito completamente sbagliata, sballata, inefficace e fuorviante. Eppure, umana.

Ed è da lì che si riparte per il viaggio interiore che presuppone calma e pazienza e ascolto e considerazione di altri elementi che le persone di solito non considerano.

 

Scrive Alexander Lowen in Arrendersi al Corpo:

Naturalmente, quando il sentire è assente o ridotto, si cerca un significato alla vita oltre il sé (pp. 26-31, 35).

Il sentire vero svuota la vita di una sua presunta direzionalità, di un suo presunto senso. Si esce dalla banale retorica di frasi patetiche quali dare un senso alla vita, cercare un posto nel mondo, avere uno scopo. Per non parlare di quella bestemmia somma costituita dalla parola ambizione.
Invece: resa, abbandono. E farsi fluire, lasciarsi andare. Lasciarsi andare: non più io vado, ma sono lasciato andare, sono portato, sono condotto. Sono fluito. Ovvero: sono arreso al mio corpo, da lui accudito. Più mi arrendo e più sento la sua potenza, la sua forza, la sua inderogabile verità. La verità del corpo, la verità della natura, la verità della materia, la verità della terra, la verità del sentire.
Non più il soggetto che produce l’azione, ma l’azione che si impone in un soggetto volatilizzato nella sua esposizione al reale, alla potenza della datità dell’istante presente. Come un ubriaco per strada, ma che sente nel suo inciampo il senso del mondo”.

 

 

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