L’Uccisione del Buddha

Dio mio Spike!
Sei esile come una promessa!

Snoopy

 

 

 

In “Se incontri Buddha per la Strada Uccidilo”, di Sheldon B. Kopp, il concetto cardine è proprio di non guardare agli altri, bensì a se stessi.

Una delle metafore più indispensabili della conoscenza e della consapevolezza è allora quella corporea di considerarsi la punta più avanzata del lavoro su di sé. Poiché solo noi conosciamo noi stessi. Nessun altro di più. E gli altri possono essere -se ci pensate- “solo “affiancati a me o dietro di me nella conoscenza di me”. Mi possono mostrare come loro fanno a conoscersi, ma non mi possono dare materialmente alcunché, poiché di nulla ho bisogno. Solo dei mezzi per conoscermi. La natura non contempla altra possibilità. Il resto è illusione. Che noi, in Bioenergetica, chiamiamo illusione caratteriale. Saperlo è tutto. Pena l’alienazione. Che a quel punto appare chiara: siamo entità prospere e tutto concernenti. Prenderci questi diritti con lo sguardo rivolto all’interno, ci porta a conoscerci e al benessere reale. Vivere invece di ciò che ci manca, convinti di doverlo comprare, scoprire, incontrare, colmare, in un altro, partner o maestro che sia, è l’alienazione da sé.

E’ nell’aspettativa il problema. Nell’attenzione che guarda salvifica, che non sa e non vede che può investire su di sé, la dinamica ripetitiva. E’ nel come, non nel che cosa, la questione.

L’esempio cardine è nella sensazione perenne che ci sia sempre qualcuno che sia “più di me” che abbia inteso la vita meglio di me, a cui guardare. Ebbene, nella terapia bioenergetica che noi abbiamo intrapreso, sì scopre come questa sensazione non sia reale e quindi non più da compensare. Ma sia, al contrario, acquisita, quindi il problema non è che mi sento meno. Il problema è il modo come mi sento meno. E che tenderò sempre a sentire dentro, per poi compensarlo guardando agli altri o facendo qualsiasi passo per colmare questa ferita. E lo farò nello stesso identico modo a cui sono stato spinto dalle atmosfere familiari. Ecco l’illuminazione. Credevo di avere un problema e di doverne uscire e lo credevo fin da bambino. Invece sia il problema che il solito modo di uscirne sono finti, suggestioni-convinzioni che non mi porteranno mai da nessuna parte.

Il caso recente di Nino, giovane cliente dotatissimo, è esemplare: “Torbida Testa di…”, dice ancora di sé. Credeva di avere una predisposizione alle fantasie cattive, dove si ricordava che quel giorno tanto lontano aveva pensato quella cosa brutta, e allora… tutto un mondo di autosuggestioni negative, come dei veli sulla giornata, settimana, vita intera. Ed era venuto da me per capire cosa non andava in lui di ontologico e profondo, perché si considerasse così sbagliato e malato e come mai potesse uscirne, forse, un giorno.
Ma è bastato indagare appena un attimo, per scoprire che questa atmosfera mefitica gli veniva somministrata ogni giorno da bambino dalla mamma e dalla suora del dopo scuola-catechismo. In quanto tale, non era sua interiore e non doveva uscirne. L’avrebbe ricordata per sempre, ma poteva non farla entrare mai più, accoglierla e discuterla, senza mai più considerarla da risolvere in modo impossibile e senza futuro, già solo perché convinto che lui non era affatto dotato di nulla.

Ah, caspita, aveva esclamato lui. “Quindi tu mi stai dicendo… che non sono né Torbido né Testa di …?”. “Sto dicendo che ti hanno fatto sentire per troppo tempo che sei una torbida testa di… e che lo sbaglio è continuare a cercare con fatica enorme come e perché lo sei e a cercare qualsiasi cosa per non esserlo. Tu non lo sei affatto. Punto”.

Perché proprio di ferita caratteriale si tratta. Quindi cosa vuoi andare a compensare se è essa stessa, la compensazione, la disfunzione, al pari del problema? Se non è reale, la ascolto, la accolgo, la sciolgo, fino a che passi. Perché è un ricordo e la sentirò sempre. Ma appunto posso percepirla per quello che è: una esperienza passata. Che mi ha formato per come sono. E va bene così.

Ah, già: ma come sono davvero senza l’ossessione del problema? E chi si conosce davvero? Solo chi accetta di iniziare a indagarsi un giorno e non smette mai. E lo fa in due modi: col corpo e in gruppo di sostegno, come vedremo dopo. Contando su di sé, finalmente sulle proprie risorse. Non credendo più alle istanze: non vali, non esisti, non sei abbastanza bravo ecc. ecc.

Contare su di me come parte più avanzata della ricerca su chi sono davvero, vuol dire allora che conta non come gli altri si conoscano o ci conoscano. Ma come io conosco me stesso. E come occupo pienissimamente il mio spazio-volume. Con tutto il diritto non negoziabile. Non attraverso l’illuminazione-permesso che possa, forse un giorno, arrivare da fuori, esattamente come sono arrivate ferita e apparente soluzione. E’ il processo il problema, mai la persona.

Per questo, in altri punti, diciamo che “il problema è la soluzione”.

In un caso già ricordato, il problema non è scegliere tra la moglie e l’amante, perché non volendo essere condizionato da nessuno, e credendo che chiunque lo condizioni, l’uomo in questione -quando la moglie lo determina troppo- va dall’amante e viceversa. Questa oscillazione è la soluzione. Il vero problema sarebbe se decidesse di non essere condizionato più dagli altri.

Poiché la verità è che tutte le volte che abbiamo creduto di trovare da fuori qualcosa, poi non è bastato mai e ci ha fatto sempre ricominciare da capo. Perché era appunto un permesso innaturale che eravamo abituati a chiedere. Vedete la similitudine? Si chiede aiuto disperato e fallimentare all’esterno allo stesso modo a cui siamo abituati considerare che arrivi il problema e la soluzione-fantasma. Mi convinco che voglio superare il problema della scelta tra l’amante e la moglie senza volerlo mai risolvere davvero. E soprattutto, se lo risolvo, sto peggio di prima. Nel senso che devo crescere e prendermi delle responsabilità da adulto. E preferisco invece stare nel problema.

Non c’è pertanto miglior maestro di me sul lavoro su di me. Questa è la summa dell’accettazione. Certo che posso avere un maestro o più di uno, certo che posso avere un amore. Ben vengano. Ma entrambi mi illuminano per come si cercano dentro. E di come quindi si stia bene insieme mentre entrambi lo facciamo, cercarci dentro.

Non per ciò che l’altro mi dà o mi possa dare. Che ovvio che c’è, per carità. Ma vive e prospera, questo amore, questa maestria, solo quando c’è la sua forma naturale di affiancamento, rispecchiamento ed esempio, non di carenza totale, avvinghiata. La quale altrimenti è senza libertà. E destinata comunque al fallimento. Allo sciogliere prima o poi l’unione interessata. Che cerca qualcosa di innaturale. La compensazione ad una paura. Ma il più delle volte mira a non farla nemmeno arrivare, quell’unione fantasma, allontanandola nello spazio-tempo. E così allontano ciò che dichiaro volere per poi, inesorabilmente, rinunciarci a poco a poco.

 

Cerco qualcosa di Naturale?
Oppure cerco qualcosa che non posso avere?

Questa allora, come punto essenziale, diventa una buona domanda.

Ed il mondo si divide in due, ad un occhio allenato.

  • Ogni giorno possiamo vedere chi respira emozioni, domandando al proprio sistema…
  • …e chi cerca fuori vanamente, alienandosi dalla soluzione.

 

E’ pertanto una distinzione tra due vite:

  1. Cerco sempre perennemente qualcosa, ineffabile e inafferrabile. Nelle relazioni e nelle cose.
  2. Contrapposta invece al non cerco mai più nulla. Nella sana rinuncia di strade che nei decenni non mi hanno mai portato quanto promesso. Intanto allora ci rinuncio. E poi vediamo dove questo mi porta. Ma da subito all’esattezza della natura. E mi sento nel qui ed ora già molto meglio. Più vero e uguale agli altri. Meno quello speciale che prima volevo rendere sempre più speciale, se capite quello che voglio dire.

 

E questo spiana il bello. Perché su tale strada non è che rinunci a; non è che troverai mai una chiusura, una rassegnazione o appunto un abbattimento. Ma va’. No. È una scoperta di un dono. Di una collocazione inedita. Che non ci avevano detto, i bastardi. Solo così posso vivere, solo in questo modo si può. E non potevate scriverlo a caratteri cubitali nelle strade?

Perché adesso una cosa è certa: io non lo so fare, l’accettare, il godere, lo stare, l’esplorare le mie profondità, tutto teso per decenni invece in direzione contraria, esterna, a cercare il nonsobenecosa.

 

Lista casuale della spesa dei sintomi che s’incontrano in chi è nella ricerca mancante, rivolto all’esterno:

Prolisso, incerto, in debito, sempre in precario equilibrio perché non fa mai appello a se stesso, convinto di essere manchevole, in difetto, di non farcela, concentrato sugli altri, sui paragoni, sulle ansie, sulle insoddisfazioni, su ciò che non… ossessionato dagli stessi pensieri fissi, sempre in circoli viziosi, ogni volta punto e a capo.

 

Lista assolutamente imperfetta, tendenziosa e parziale, dei segnali di chi questa differenza di ricerca l’ha capita:

Ha un suo stile nello stare, una responsabilità nell’ascoltare, ammettendo i segnali del suo corpo e dalle sue emozioni e ha scoperto che tutto passa dall’accettazione e mai più dall’autocritica. E’ rivolto all’indagine di sé, all’esserci in qualunque condizione imperfetta si senta. Mi sento inferiore, morire di ansia, e senza alcuna autostima? Va bene così, sono come tutti gli altri, ciascuno ha il suo scoglio che gli ricorda l’imperfezione. Ma va benissimo così. Finalmente l’ha capito e accettato. “Io sono soltanto, come tutti, abituato a darmi segnali falsi, sempre gli stessi”. “Sono io, oggi, il mandante di tutte le mancanze”.
Ma ora ha una sua disciplina e pratica quotidiana, ciascuno ha la sua: corporea, perché ha scelto di avere comunque il diritto di partecipare appieno alla vita, adesso, subito, senza aspettare più. Ed una nuova attitudine emotiva, perché senza vivere le proprie emozioni quali-che-siano non si va da nessuna parte e nulla è davvero reale.

 

Ora, provate a rileggere i due elenchi, considerando che possono appartenere ad una stessa anima in subbuglio.

Ed ecco la strada che si lascia scoprire. Ciascuno di noi può scegliere in qualsiasi momento da che parte stare di questi due mondi.

E non è sufficiente già solo questa scelta reale, concreta e costante, per ricondurci ogni giorno all’intensità della sgarrupata, vituperata e ammaccata gioia di vivere?

 

I pellegrini della psicoterapia spesso anelano a una sorta di redenzione psicologica, a un momento in cui saranno risolti tutti i loro problemi. –Scrive a questo proposito Sheldon B. Kopp, nel libro sopra ricordato, tra le moltissime cose-.

La loro immagine di me come guru è la fantasia ch’io rappresenti la salvezza secolare sotto forma di maturità completa. A quest’immagine attribuiscono caratteristiche che non solo non possiedo, ma a cui neanche aspiro. Per un certo tempo vengo spesso visto dal paziente come al di là dell’angoscia, privo di conflitti e di debolezze, mai sciocco, incapace del male e sempre felice.

Subisco questa idolatria come un peso terribile, piuttosto che come il dono di ammirazione che il suo involucro suggerisce. Poiché io sono forte e lui debole, poiché io sono saggio e lui sciocco, poiché sono tanto importante per lui mentre lui ha poco significato per me, il paziente insiste che devo prendermi cura di lui. Nelle nostre interazioni devo fare attenzione a non ferirlo, ma lui può trattarmi in qualunque modo gli piace. Dal momento che so che siamo entrambi egualmente vulnerabili, non accetterò la sua illusione gravosa che non siamo eguali.

Una delle ragioni per cui i pazienti insistono che io ho già raggiunto la salvezza è che se fosse altrimenti, come potrei salvare loro? Certo, all’inizio del trattamento, non immaginano neanche per sogno che ciascuno di noi deve salvare se stesso. Il come si determini questa esperienza di disparità fra pellegrino e guru è importante quanto il perché. Finisco per apparire così forte e saggio poiché il paziente rinnega la responsabilità della propria forza e saggezza proiettando queste qualità sulle mie spalle non tanto ampie.

Certo, nei momenti in cui sento disperatamente il bisogno di andare oltre l’ambiguità della mia personalità forte/debole, saggia/sciocca, sono propenso ad accettare lo scambio. Il paziente può avere le mie inadeguatezze in cambio dei poteri personali che passa a me. Spesso avverto i pazienti che i miei stessi sogni oppiacei di onniscienza, onnipotenza e piaceri intollerabili provati senza fine, potrebbero tentarmi di assecondarli, trasformandomi nel Signor Meraviglioso. In genere, però, non mi abbandono a queste fantasie piacevoli, finiscono sempre male. Ma potrei essere ingannato tanto facilmente che ai pazienti converrà tener presente questa possibilità.

Dopo tutto, il paziente è stato un nevrotico più a lungo di quanto io sia stato un terapeuta. Inganna le persone persuadendole ad accettarlo come troppo impotente per badare a se stesso, e le inganna da più tempo di quanto io combatta per non lasciarmi ingannare. Certamente sarà capace di ingannare anche me di tanto in tanto. Ma quando lo fa, se vince, perde. Infatti non gli sarò di alcun aiuto. La sua unica salvezza sta nella sua disponibilità a incuriosirsi di questi tranelli, a rendersi conto che potrei cercare di approfittarmi di lui fingendo che lui è così piccolo come teme di essere e che io sono grande quanto lui spera. Se è pronto a darmi uno strattone, a rilevare come mi stia ingannando, ad aiutarmi a non cedere alla mia arroganza, allora forse riusciremo insieme a evitare un blocco permanente. Se lui può perdonarmi le mie debolezze, allora può forse cominciare ad accettare le sue forze.

Spesso i pazienti rimangono delusi nell’apprendere che anch’io vago irredento, che non sto meglio di loro. Col tempo, traggono consolazione dal fatto ch’io sia semplicemente un altro essere umano in lotta. Almeno così posso comprendere il loro viaggio da compellegrino. Il riconoscimento della mia evidente fallibilità può fornire il sollievo di apprendere che una certa felicità è possibile per il paziente senza che debba raggiungere qualche stato di perfezione. Ma prima che la mia vulnerabilità e la mia finitezza possano costituire una fonte di conforto, la scoperta della loro esistenza viene provata dal paziente come una delusione fastidiosa.

Il paziente inizialmente è sicuro che se lavora assai sodo, soffrirà assai a lungo, oppure (fallendo in ciò) se viene almeno salvato da me, allora il Nirvana sarà suo. Può sopportare il suo dolore per un certo tempo se un giorno, in qualche modo, potrà raggiungere uno stato di perfezione beata, un momento in cui non avrà più conflitti, angosce o incertezze. Mentre vengo buttato giù dal piedistallo su cui lui stesso mi ha collocato, il paziente inorridito apprende che l’illuminazione non fornisce la perfezione. Piuttosto, offre semplicemente la possibilità pedestre di vivere nell’accettazione dell’imperfezione.

Se Incontri il Buddha per la Strada Uccidilo, Sheldon B. Kopp, Astrolabio Editore, Pag 122.

 

Eccola allora l’uccisione del Buddha.

Il testo è del 1972 e racchiude le linee guida della terapia in pieno spirito innovativo di quei tempi, tanto che il sottotitolo è… Il Pellegrinaggio del Paziente nella Psicoterapia. 

 

Ci sono 2 cardini in più, che nel libro non compaiono, di questa nuova consapevolezza, a mio avviso, secondo la Bioenergetica, che i clienti di una psicoterapia corporea hanno a disposizione:…

Continua la lettura:
Due Strumenti per Non Uccidere il Buddha. 

 

Poi, per approfondire, vai all’articolo correlato: La Meditazione Bioenergetica dell’Uccisione del Buddha – Le domande da porre al proprio corpo.

Oppure segui il Video: Meditazione Bioenergetica dell’Uccisione del Buddha).

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.