3. Mancanza e Abbondanza Sono Solo Due Presupposti

Cerca l’abbondanza;
Utilizzala con economia;
Condividila sempre.

Geoffrey M. Gluckman

 

 

Le storie che si avvicendano in terapia confermano senza sosta che Mancanza e Abbondanza sono solo due presupposti.

Solo che la questione stupefacente è che questo principio è valido anche al contrario, vale a dire se prendiamo la situazione della persona che abbiamo di fronte e ci parla di sé.

In quei momenti segui per forza di cose la strada da dentro, cioè si cerca insieme di seguire il filo della verità. E verità è congruenza, sincerità, emotività, profondità di sé, trasporto con cui le persone si rappresentano, circoli viziosi oppure virtuosi che costruiscono con vitalità insopprimibile. E piano piano si compone il puzzle dei passi successivi che rendono l’individuo più autentico, più se stesso, più in grado di sentire appieno il fiume dell’esistenza, finalmente.

E oh, non c’è una volta che è una, che non si realizzi una legge universale:

la Mancanza è falsa e l’Abbondanza è la vera.

Sono certo due presupposti. Ma uno è falso e l’altro è vero, c’è poco da fare.

Probabilmente e semplicemente perché la natura non conosce vuoto, impossibilità, blocco ed esclusione.

Quindi, quando la sentiamo, occorre solo riprendere il filo delle cose giuste per noi.
Il Filo dell’Abbondanza.

Caliamoci allora di nuovo nella Mancanza. E provate a seguirmi in questo resoconto, passo passo, quasi dal vivo.

E stiamo lì, a respirare, a stretto contatto.

Sentiremo presto i due poli:

O ci apriamo al dolore dell’abbondanza, o ci chiudiamo nella apparente protezione della mancanza.

E quale che sia la causa scatenante della mancanza, occorre vedere in ogni singolo caso da dove è scaturita.

 

Una ragazza che vedo da un po’ ed è ormai a me cara, ha costantemente mancanza di relazioni e senso di solitudine esistenziale, perenne, da che lei ricordi.
E’ angosciata da questo.
Poi, certo, le mancano anche i soldi e l’amore, e sul lavoro non è che vada tutto bene, ma le relazioni in generale sono la sua specialità.
E’ come lo slalom gigante o speciale. O il “due con” o senza timoniere. Lei è specializzata in mancanza di relazioni.

E tu, lettore, in quale mancanza sei diplomato, specializzato, ossessionato perso?
Prova a chiedertelo, prima di continuare, se davvero vuoi risolvere la tua mancanza.

La mia più grande mancanza è….

 

Va bene, vai avanti, se non vuoi davvero chiedertelo adesso.
Non hai tempo oggi, ma leggi l’articolo e poi ti sarà più chiaro perché è importante metterti lì a domandartelo.

E poi magari vorrai riempire le 8 domande sulla tua specifica mancanza, al punto “Ci Manca Ciò di cui Abbiamo Paura”.

 

Quando lei mi racconta la sua storia, io rimango perplesso.

E perché, le chiedo, io davanti a lei sento diffidenza, esame, giudizio, chiusura? Se le mancano le relazioni, qualsiasi esse siano, l’altro davanti a lei dovrebbe sentire apertura, non crede?
Ma lei non si scompone.
Perché non mi fido più, risponde.
Ah-ha.
E se non si fida, come fanno gli altri a fidarsi?
Lei sa vagamente che la mancanza è intrisa nella sua storia, ma continua a viverla al presente e considera attuale il dolore e di oggi le dinamiche che le capitano.
E questo è oltremodo interessante. Perché è sempre il problema numero 1 con la mancanza. Non è mai, in nessun caso, un problema attuale.
E il problema numero 2 è che non si risolve mai.
Se non è un problema di oggi, vuol dire che non è reale.
Quindi non può risolversi nella maniera in cui crediamo noi.

Il sintomo è che lei si sente sempre che le manca un circolo di amiche di persone care, di affetti. Non appena conosce qualcuno, e nasce un minimo di comunanza, un’affinità, lei cerca di rivedere queste persone. Stiamo parlando di donne, amiche e colleghe, non di uomini, perché purtroppo lì è ancora peggio, nemmeno a pensarci. Quindi lei sente il bisogno anche solo di condivisione, per un aperitivo, senza alcun’altra implicazione. Ma dopo un po’ queste nuove amiche non la cercano più. E si ritrova sempre a dover ricominciare. Lei ormai la considera una maledizione. Non può avere il suo circolo, la sua famiglia.
Ma quando racconta la sua storia, la realtà è presto svelata.

Data da crescere prima ai nonni e poi agli zii -una volta purtroppo questa era pratica comune- S., anzi Esse, chiamiamola così, è cresciuta in una specie di comune. Una palazzina aperta dove chiunque entrava anche senza suonare nei diversi appartamenti, tutti di parenti. E lei al risveglio non sapeva mai chi avrebbe incontrato in cucina per colazione. Quali zii, cugini, comari o compari o conoscenti venuti dalla zia per un semplice caffé. Non c’erano per lei confini, limiti, privacy e predilezione. Lei sentiva di non essere considerata per i suoi bisogni. Ma era costantemente sotto le osservazioni e i giudizi di chiunque. E nulla veniva fatto specificamente per lei. A volte dormiva in una camera, altre volte, a seconda degli ospiti, in un’altra. Nell’appartamento dei genitori, quando andava, si sentiva esclusa, mentre i fratelli avevano i loro spazi, la loro camera, la loro cerchia di amici. Lei no, non sapeva dove collocarsi, mai. Si sentiva rigettata. Le dicevano che le volevano bene, e a modo loro era così, ma non era il suo modo, come lei avrebbe voluto essere amata. Non avrebbe mai potuto avere quello che voleva, soprattutto nelle relazioni e negli spazi, e poi da grande anche nel lavoro, nella scelta della casa e nel denaro, in sostanza: l’esclusione era diventato in breve tempo il suo refrein, la sua preoccupazione costante.
E questo incantesimo valeva anche ora che lei voleva solo piccole relazioni soddisfacenti. Anche solo conoscenze. Ma ogni volta, si scoprì un giorno in terapia, si lamentava che poi le persone non rispettavano i suoi spazi, le sue libertà, e che lei doveva sempre adattarsi.
Ci manca ciò che ci fa paura allora vuol dire semplicemente che lei voleva le relazioni a patto che non si dovesse adattare troppo. E troppo voleva dire semplicemente, dai racconti, che si sentiva ogni volta costretta a sopportare qualche paletto. Non erano disponibili come lei avrebbe voluto, non volevano vederla se non a certe ore e a condizioni precise e sempre e solo una volta ogni tanto e così via.
Come da piccola, le persone non la rispettavano. Ecco il punto.

“Ti voglio, Allora, solo a patto che mi rispetti. Tanto. Troppo“.

Come a suo tempo non l’hanno mai rispettata. E non solo, spiega:

“questo aperitivo a cui ti invito mi rendo conto che non è normale: è molto importante per me, mi mette ansia e mi fa paura aprirmi a te e raccontarti di me e quanto mi manca un’amica come te. Per cui poi quando ci vediamo non sono così spontanea e leggera, soprattutto all’inizio”.

E le persone allora sentono una pesantezza, un bisogno innaturale di terapia ricercato in un aperitivo, che vuole sanare qualcosa. E allora, dopo un pò di aperitivi, vanno via. Mentre lei si sente di nuovo lasciata, non scelta, non desiderata, non all’altezza e così via. In questo modo ottiene il vero scopo: risentire la ferita. Come se fosse di oggi. Come se l’amica, oggi, non cercandola più, la ferisse per l’ennesima volta. Così -tra l’altro- sono le presunte amiche che la feriscono e non è certo lei che mette in pratica la sua auto esclusione. E non si rende conto di questo processo. Un episodio è abbastanza chiarificatore:

“e pensare che non mi piaceva nemmeno tanto questa persona…”.
Allora perché l’hai cercata così tanto? E perché rimanerci così male se non ti richiama?
“Perché devo, dovrei, essere io ad un certo punto a dover dire basta, non lei.
“Vuoi dire: come si permette?”.
“E sì, è un po’ questo; ho toccato così tanto il fondo della solitudine che mi basterebbe qualsiasi persona; mi accontenterei; ma niente, più mi accontento e più mi ritrovo di fronte a delusioni”.
Ti rendi conto che metti in piedi un circo? E che le relazioni non partono così e non funzionano così? I tuoi modi, gli intenti, i passi che fai per avvicinare le persone sono tutti già predisposti per il fallimento.
“Io sono convinta che prima o poi ci riuscirò”.

Ora mi guarda fisso mentre le faccio vedere la verità. Non è facile per me ad esempio prendere appuntamento con lei per la terapia. C’è sempre un paletto, un altro impegno, una negoziazione.

“E’ lo stesso che fai con le tue amiche?”.

E’ vero, ammette, si è resa conto che a volte è proprio lei che promette di richiamare un’amica e poi non lo fa. Perché a quel punto è presa da altro, e “non posso far venire più gli altri prima di me. L’ho fatto per tutta la giornata, adesso mi devo riposare”.

L’amica allora cessa di essere qualcuno con cui scambiare qualcosa di emotivo e ritorna ad essere un’altra persona che la stressa. Per cui non la richiama come promesso. 

Non è mai il momento giusto per fare qualcosa, soprattutto, ovviamente, nelle relazioni.

Non è vero per niente che lei è disponibile. E che vuole vedere tutti e aprirsi. Ciò le provoca dolore. Quindi, aprirsi, lo fa e non lo fa insieme. Questo lei lo vede negli altri ma in lei no. Ne è consapevole?
Sì, sembra di sì. Si apre una breccia tra le mura che la escludono.
Inoltre non vuole tutti. Se qualcuno chiama, lei filtra e risponde solo se ha voglia, se l’altro non le ruba spazi, se è qualcuno che va sentito in certi orari e non in altri… teorizza che ci sono persone da sentire o vedere al mattino ed altre per l’aperitivo e così via.
Oppure se qualcuno la chiama e le scombina i piani, mentre magari lava i piatti, lei reagisce con un piccolissimo ma evidente fastidio, lo stesso che aveva a casa quando non poteva avere i propri spazi.
E il fastidio si trasmette a chiunque si avvicini.
Va da sé che oggi lei sente che le mancano le persone a lei dedicate, in armonia, ma le fanno paura perché le continuano a togliere spazio.
Quindi paradossalmente, è anche attratta da persone con un tipo di carattere che sa guadagnarsi spazio, che le provocano attrazione, ma da cui poi si deve difendere nella seconda fase, quando i rapporti si fanno un minimo più intimi. Perché queste persone sono molto più aperte e senza problemi nella disponibilità e a guadagnarsi spazio nelle relazioni e nella vita. E lei no. Quindi da un lato le invidia, dall’altro si deve difendere dalla loro capacità di convincerla a fare ciò che vogliono loro. Alla fine queste persone senza problemi si allontanano e lei si sente esclusa, tradita, rifiutata, totalmente  abbattuta.

Che cosa sentite? Esatto. Che andando a fondo a ciò che le persone raccontano delle proprie mancanze, è abbastanza evidente il ginepraio di cui non si può proprio vedere la fine.
Vi sta venendo l’angoscia e la mancanza di spazio che sente lei, non è così? Ecco, appunto.
Da una sensazione di così forte mancanza non se ne esce risolvendola, mai.

Se ne esce facilmente invece, distraendosi, svegliandosi, uscendone semplicemente.
Ma sì che vi è capitato.
Ed è sempre la stessa canzone.
Una rotonda sul mare. E il nostro disco che suona.
Alla volta successiva, Esse considera:
“alla fin fine cosa voglio di così strano? Solo un gruppo di amici selezionati e affidabilissimi”, ma -le rispondo io- chi è aperto agli altri è sempre aperto a tutti e a chiunque.

E solo se lei si apre e fa sentire alle persone che lei c’è sempre e accoglie più o meno tutti, senza giudicarli e senza curarsi del dolore da mancanza di spazio vitale che sicuramente proverà, ma che solo così andrà via, allora potrà poi nel tempo selezionare naturalmente le persone a lei più vicine.

O apriamo tutto o non apriamo niente.

Aprirsi allora a ciò che desideriamo in maniera pulita vuol dire accettare che aprirci ci farà male. E che non ci possiamo aspettare troppo, in modo innaturale, dagli altri. Proprio come negli esercizi delle classi di bioenergetica.
Facciamo insieme allora l’esperienza dell’apertura: ad occhi chiusi lei allarga le braccia davanti a me immaginando di trovarsi di fronte quella data amica e poi ad un’altra e così via. Che cosa sente?
Io prendo appunti.
Poi li rileggiamo insieme:

  • Esame
  • Aspettativa
  • Esigenza dell’altro
  • Non essere all’altezza
  • Ansia. Di volere scappar via.
  • Doversi adattare.

Una volta realizzato tutto ciò, lei mi guarda e… credete sia contenta?
Sei sicura che vuoi tutto ciò, se ti provoca tutte queste brutte sensazioni?
Lei ci pensa. “E cosa dovrei fare? Chiudermi e accettare che non voglio gli altri? Morirei…”.

“Dall’altra parte: aprirmi a chiunque? Senza selezionare? Mhmm…”.

E’ sempre andata contro il volere di tutto e di tutti con la sua volontà e il suo orgoglio e adesso io “le vado contro”? Mi dice che mi dimostrerà che si può fare come dice lei.
Proseguiamo. Esperienza del buono che ciascuno di noi ha.
Individuare le cose migliori, i pregi e le potenzialità di alcune persone di cui mi ha parlato.
A disagio, non riesce.
Ha bisogno di tempo.
Ma in realtà, la verità è che è centrata su di sé.
Come tutti noi quando siamo ossessionati dalla nostra ferita. Persi dietro alle nostre mancanze, gli altri non li vediamo per le loro qualità ma solo in funzione della soluzione compulsiva ai nostri problemi.
Glielo spiego.
Mi guarda e -grazie ad una buona alleanza- adesso, sta accettando davvero.

Ma credo si veda quanto sia sfaccettato il mondo di bisogni e delle mancanze.
E la sensazione che state avendo nella lettura è la stessa che per fortuna hanno poi i clienti dopo che ci siamo calati per così tanto tempo nella mancanza senza uscita: una perdita infinita di tempo. E che fatica…
Da cui appunto risorgere, per fortuna, colmi di energia inesauribile.
La mancanza, ogni mancanza, è infatti un’espressione della Ferita. E come tale rientra nelle sue conseguenze, che fanno parte di ciò che emerge come tema irrisolto, o copione, o karma che si ripete sempre uguale.
E non va risolto, né possiamo desiderare di non sentirlo mai più come la maggioranza di noi tenta di fare in modo grottesco. Altrimenti ci toglie infinite energie. Va solo attraversato ogni volta e accettato per poi vedersi da fuori e dedicarsi finalmente a ciò a cui siamo destinati, con tutte le risorse che abbiamo proprio da questa ferita e dalla sua specifica mancanza da essa creata.
Esse ad esempio è molto caparbia, intelligente, costante, applicata, brava e molto altro. E tutto ciò non le viene dalla ferita? Certo.
Solo che ora può finalmente mettere a frutto le sue doti e smettere di andare in direzione ostinata e contraria alla sua vita e all’abbondanza.

Passano altre settimane.

Da un po’ si ripete tutti i giorni, terapeuticamente, la verità, in modo da scardinare le mancanze:

Io non voglio vedere davvero gli altri.

Mi provocano troppo dolore. 

Nelle ultime settimane, da “mi mancano da sempre gli altri” a “non le voglio in realtà, le relazioni con le altre persone, perché mi fanno troppo soffrire” è un bel cambiamento.

Racconta che si sta accorgendo di una sua tendenza maledetta: controllare tutto con lo sguardo.

Vediamo insieme la lista che ha preparato per uscire dalla mancanza:

  • Donare ogni istante agli altri
  • Attingere alle proprie infinite potenzialità fidandosi di me stessa per donare, e mai più per raggiungere chissà che
  • Guardare le persone con benevolenza e tenerezza
  • Farmi carico di responsabilità e attraversare qualsiasi dolore la memoria mi fa tornare in mente
  • Scindere ciò che è successo un tempo -e mi ha fatto male- dal meraviglioso potenziale di oggi
  • Non chiedere per me bensì offrire di me
  • Non essere più centrata su di me e sul lamento delle mancanze ma sulla condivisione di abbondanze
  • Gli altri diventano il centro su cui concentrarmi per aiutarli con sincero interesse, non più ossessionarmi sull’invidia di quel che hanno, e che a me manca
  • Tutto consiste per me nel condividere: qualsiasi avere e qualsiasi essere lo posso solo condividere, compartire. Riaprire la mia casa, spezzare il pane e mangiarlo sempre insieme a chiunque altro.

 

Da quando rilegge ogni giorno questa lista, si rende conto che è la verità, che non è facile, ma che si sente decisamente meglio.

Se si occupa di chi incontra, e lo fa con occhi nuovi, si pone direttamente fuori dalla mancanza.

“E’ incredibile -commenta- come siamo noi stessi che creiamo qualcosa che non possiamo risolvere per alimentare il nostro mondo insoddisfatto”.

 

 

Continua la lettura:

4. Le Obiezioni alla Mancanza

 

Torna a: Ci Manca Sempre Ciò di Cui Abbiamo Paura: Riepilogo

 

Rispondi alle 8 domande per scoprire la tua specifica mancanza, al punto “Ci Manca Ciò di cui Abbiamo Paura”.

 

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