Nel Burrone della Gioia

Il passo finale, quello che ti cambia per sempre lo sguardo, è quando capisci che non ti devi per niente rassegnare ad un limitatore generale. Macché.

Il fatto è, capisci, che la questione più profonda e importante della ferita è la sua falsità.
E’ il senso di recita che ci sentiamo di stare vivendo.
La prima cosa allora per cominciare è rendersi conto è che viviamo in una Fiction.

La Finzione della Ferita

Quando spieghiamo al cliente la formazione della sua ferita e quanto agisca in lui come in ciascuno di noi (secondo la trasformazione del carattere di Johnson), allora la sproporzione tra quel che di piccolo succede e l’abbattimento colossale o la rabbia assassina che le persone provano, risulta evidente.
‘Sai che una parte di me l’ha sempre saputo che era così? Adesso lo sento dire da te finalmente, dopo tantissimo tempo. Lo sapevo: sono sempre iperboli, drammi, tragedie e stati d’animi infinitamente negativi quelli che vivo quando sono immerso nelle mie atmosfere’.
Poi, molto poi, ci si ride insieme, ma prima, all’inizio, l’anima che abbiamo di fronte sente il bisogno di una via d’uscita da questi umori obbligati e opprimenti; è disturbata in modo realmente accentuato. E il primissimo passo è dirle: Ehi. Sveglia. Guardami. Non c’è bisogno di una via d’uscita. Perché non c’è quello che tu credi che ci sia. Non c’è. Ora. Fermati. Respira. Ascolta.
Ho la tua attenzione, adesso? Hai fermato il fiume in piena? Cominciamo? A star bene? Cenno d’assenso e sospiro.

Il fatto che sia una recita, una suggestione, una convinzione, assume qui, in queste fasi, un ché di liberatorio.

Accompagnare materialmente i nostri clienti tra le quattro mura dell’infanzia, ad occhi chiusi e in fantasia guidata, fa emergere che la realtà di quelle atmosfere era molto ma molto diversa dal ricordo obbligato che la persona continua a rivedere come uno spezzone di film sempre uguale.
Davvero e non è uno scherzo: è stato proprio un gelato mancato a far chiudere un bel giorno il bambino alla comunicazione con la madre. E poi da lì una lenta escalation di posizioni, fino a non mangiare più per troppi e troppi mesi. Per una semplice ripicca. E oggi qualcuno non vive quasi più, e solo per quella volta e per l’attitudine alle innumerevoli ripicche successive (caso reale ovviamente).
Oppure un altro bambino semplicemente voleva stare a casa ogni tanto con la mamma anziché andare all’asilo. Ma non essere ascoltato mai dalla madre ha fatto sì che lui si sentisse rifiutato, non visto per i suoi bisogni e tradito da tutti. Principalmente dalle donne, in età adulta. Ma per sua stessa ammissione, poi, quando arrivava all’asilo, lui era contento e si muoveva come un capo banda tra le piccole pesti. E così lui è oggi. Un leader. Sul lavoro. Nelle amicizie. Ma quando entra in intimità, inizia a recitare come un principe con un teschio in mano. Ahhh, meschino me!- ci diciamo adesso, facendo il verso al suo personaggio. Menarsela tanto o menarsela enormemente, questo è il problema. E ridiamo entrambi.

Ecco lo stato d’animo di chi lavori davvero e fino in fondo alla ferita. Di svelare che il limitatore, la voce interiore bloccante, l’impossibilità, l’impasse emotivo eccetera eccetera, sono tutte esagerazioni della mente e delle emozioni del bambino di allora, non sono la realtà dell’accaduto e quindi oggi non siamo affatto condannati alla ripetizione indelebile e inevitabile di quanto ci è successo allora. ‘Con tutto quel che m’è capitato…’. Che era terribile e angoscioso e così via. No. Non lo era. Non lo era soltanto. Lo è diventato nel tempo e nel ricordo. La tua storia è chiara ed è questa che mi hai raccontato. Punto dei punti dei punti. Ne abbiamo trattato in Che Cos’è l’Acqua.

Ecco svelato l’arcano. Occorre solo sciogliere il nodo che ci limita e tornare a respirare entusiasti.
Lo si porta alla luce accompagnando le persone con il loro adulto ai veri ricordi, esplorati fino in fondo. Attivare il proprio adulto interiore è attivare la verità. E’ il passo che non ci hanno aiutato a fare i nostri genitori.
Abbiamo sempre splendide anime davanti, che nella vita ce l’hanno già fatta, realmente, concretamente, con tanto di risultati.
E il pegno da assolvere, il prezzo da pagare, è solo una suggestione, una rappresentazione interiore che noi mettiamo in scena, una convinzione basata sul senso di colpa, o sul non alzare troppo la testa (altrimenti chi ti credi di essere?), o sul non urtare la suscettibilità degli altri (ma di chi?) i quali mal gradirebbero il proprio successo personale (e anche se fosse?). O altri casi, ma non sono così tanti e illimitati, i tipi di comportamenti che derivano dalle nostre educazioni, dai caratteri, dal sentirci feriti. Per fortuna.
E ciò vale a maggior ragione anche per tutta le serie di traumi che le persone vanno a trovarsi: attacco di panico, malattie psicosomatiche, incidenti, tradimenti e disgrazie varie, che prendiamo solo come occasioni per rendere cronici certi atteggiamenti.
Siamo infatti tutti banali, ripetitivi, ridicoli e grotteschi. La reazione ad ogni singolo trauma reca dietro di sé il volersi bloccare per confermare la ferita. Invariabilmente. È una legge della nostra natura.
Perciò, quando lo scopriamo, è qui che la partita si riapre davvero e la persona si rimette a giocare dal punto esatto in cui ha interrotto.
Sono solo convinzioni sulle quali lavorare. Sempre.
Lo fanno tutti da soli.
Lo facciamo tutti meglio in terapia.
Con strumenti e tecniche e preparazioni molto più avvedute.

Che sia chiaro e preciso il dettaglio: è fatta salva la buona fede della persona in cammino su di sé, ma spesso a guidarci non è ancora la modestia e l’umiltà e l’applicazione e la saggezza, bensì (di nuovo!) il senso del limite obbligato, la vergogna o chissà cos’altro, che si camuffa ancora da buon senso ma in realtà è solo rassegnazione e vuole bloccarci ad libitum.

Perciò, se ti appassioni alla strada, è molto interessante scoprire i nuovi modi dell’ingannarsi per crogiolarsi nel proprio brodo (ancora lo sto facendo?! Incredibile!); ma se ne sei vittima inconsapevole, fai presto a ritirarti e rassegnarti e abbatterti.
In questo senso, giova molto la tecnica dei post it. Ad esempio: prendiamo qualcuno che si trovi scritto e possa rileggere molte volte una serie di fogli o appunti con le frasi più profonde e disvelanti pronunciate da sé stesso in terapia:
Io non posso vivere oggi quasi per niente solo perché mia madre non mi ha comprato un gelato 42 anni fa.
Sentite come questo ci sveli nel nostro assurdo?
Guarda che è proprio così.

Oppure: Io ho interrotto la mia vita così tante volte -e bloccata totalmente da un anno- soltanto perché mia mamma 40 anni fa mi portava a giocare all’asilo con i bimbi -anziché scegliere di tenermi con sé- e anche se a me mi piaceva tantissimo, ho iniziato a godere di far star male lei e me.

E facevo di tutto per non godermelo. E oggi mi oppongo a tutte le altre soddisfazioni: ogni volta che mi sto coinvolgendo tanto, sia nelle relazioni che sul lavoro, devo come interrompere tutto, pagare un prezzo enorme, appunto. E alla fine facendo stare male me e chi mi sta accanto, ogni volta. Per questo mi ritrovo sempre solo. Pazzesco.

Se lo so, il prezzo non lo pago davvero più. Fino in fondo. Sentendo che quella parte che c’è e si è sentita ferita, oggi va non solo coccolata, presa tra le braccia e amata incondizionatamente, ma va anche convinta totalmente a non scioperare più, a mangiare con gusto e vivere con trasporto. Ed è questo è il compito degli adulti. Prendersi carico delle proprie parti insoddisfatte. Punto. Tornare a rischiare di perdere l’ultimo autobus della notte per le ritrovate passioni, divertirsi come se non ci fosse un domani, coinvolgersi oltre la soglia di ciò che prima chiamavamo ansia, sentirsi puri e puliti, fluidi e spontanei, con i gesti effettuati finalmente fino in fondo.
Cosa diavolo di altro vuoi fare quando sei adulto se non prenderti cura di te? Ancora andare appresso allo sciopero e all’abbattimento e alla distruzione totale?
Ma ti vedi che sguardo hai quando dici queste cose?
E perché invece con tuo figlio di 12 anni sei un padre irreprensibile? Cosa dici? Per recitare e per portare avanti la recita solo per amore per lui?! Ma non è vero! Perché lui e la sua educazione che proprio tu gli impartisci hanno ragione. Perché i tuoi hanno fatto così con te! E hanno fatto bene! L’asilo ti ha nutrito enormemente. E’ il contrario: tu vuoi cullare dentro di te questa ipotesi che hai fin da piccolo: che sei stato tradito e stai sempre tradendo. Che nulla vale niente. Che è tutta una recita. Che tutti ti abbandonano e ti tradiscono. Che non meriti. Che sei un impostore. O chissà cosa cos’altro. Ba-asta.

Quando lo riceviamo forte e chiaro, il messaggio, la vita muta di segno. Lo sguardo si scioglie. Letteralmente. E i nostri clienti iniziano a vedere la propria vita di oggi per le meraviglie assolute che è in grado di regalare.
Si gettano nel burrone della gioia. Finalmente. Di cui prima avevamo enormemente paura, come fosse un burrone, appunto. E ora lo affrontano con allegria immediata.

La mia fantasia, ad esempio, la mia creatività, la mia possibilità illimitata di uscire da piccolo, e fare proprio tutto quello che volevo, era reale. E le paturnie, le liti, la violenza vissuta in casa, certo, erano reali anche quelle, ma non erano per niente preponderante. Il cappello di affetto e abnegazione totale di mia madre Angelica, era così squillante, evidente e avvolgente, che io ero circondato da affetto e generosità e riconoscimento dentro e fuori casa. E ancora oggi io sono così circondato da affetto e riconoscenza, che è la stessa mia nei confronti degli altri. Ed è la medesima impressione che ho della luce di cui appare circondata la nostra famiglia e nostra figlia Angelica (e speriamo che la grazia della nonna l’accompagni da lassù per tutto il resto della sua vita).
E tutte le difficoltà che comunque c’erano, mi hanno spinto ancora di più alla creatività e alla generosità e al gusto delle relazioni profondamente costruttive. A non sprecare mai più l’esistenza come avevo visto fare tra quelle quattro mura. Questo sono io.

Ma -eccolo il punto!- negli anni della ferita sapete quando mi rammaricavo? Ma perché mi vogliono tutti così bene se io non valgo niente di niente?!? E perché non valevo? Perché avevo avuto troppa paura, mi dicevo. Quindi c’era qualcosa di inadeguato, di fallato, in me. Sia perché in casa non andava tutto bene. E sia perché una parte della famiglia non mi vedeva nemmeno. ‘Quindi avranno ragione loro. Se non mi vedono, se ho troppa paura, di loro e del mondo, vuol dire che non merito nulla’. E mi paralizzavo esattamente come i miei clienti di oggi.

Ma in quale casa va sempre tutto bene?! E non vedevo che avere paura giustificata mi aveva reso molto sensibile. Non certo il pauroso irrecuperabile come io ero convinto di essere. Questa è stata la mia analisi.

Volete esempi di chi si rovina la vita e ci mette un impegno quadruplo per riuscirci? Avete capito perché? Perché è talmente falso quel che perseguono che il gesto negativo, di deriva totale, ha da essere eclatante e totalmente fuori dagli schemi, per poter dire: visto che non meritavo niente? E’ un vero e proprio gioco al massacro. Si veda Imprimere la Giornata, dove riportiamo diversi casi di queste derive inaccettabili.

Pertanto occorre stare attenti. Ci sono solo due reazioni:

– o lo so che vivo un’esagerazione, io in prima persona, e mi alleo con la parte di me che vuole uscirne
– oppure cavalco inconsapevole la ferita. Poi posso farlo in modo on-off, alternato, e lieve, confuso e faticoso ma più o meno in un normale disagio. E perché vivere a metà, comunque?!? E perché sentirsi doppio, per decenni?
Ma la cosa più importante è: se la cavalco in modo esasperato, la ferita, con il mio stile drammatico e disperato, le conseguenze sono nefaste e mortifere, come abbiamo visto appunto in Imprimere la Giornata. E pure ridicole, grottesche viste da fuori, come figure tristi che recitano un ruolo, una parte, un eccesso, realmente convinte di una fiction, vestendone addirittura i panni, le vesti, dei personaggi che recitano.
Adesso, lo so, vi si chiariscono un sacco di casi incontrati e visti. Ad esempio vi si illuminano tutti i momenti in cui vi siete sentiti falsi, ridondanti, sempre nelle stesse alternanze e insoddisfazioni futili e fini a se stesse.

Quindi ricapitoliamo che è meglio. Se no voi feriti andate a fare le pulci a qualsiasi schema pur di restarlo (feriti):

Gettarsi nel Burrone della Gioia

Qualcosa è successo.
A tutti.
A chi più a chi meno.
Si chiama vita.
Ma è successo anche qualcosa di bello.
Spesso di molto bello.
Possiamo solo recuperare (tutto) il bello, completamente e fino in fondo.
A prescindere da qualsiasi livello di brutto ci sia capitato.
Questo è l’assioma, la diga, il concetto cardine.
La prova sono le nostre capacità che tutti ci testimoniano e nessuno dei feriti si sente ancora pienamente di possedere legittimamente.
(Basta. Ammettilo. E non ci tornare mai più. Parti dal fatto che vali tanto anche se non lo senti).
Pertanto la terapia non è consolarsi rassegnati e viverne le conseguenze. No.
Mai.
E’ svelare l’arcano nel più intimo dettaglio e liberare totalmente la gioia, la soddisfazione, il potenziale e l’affermazione del paziente. Che appunto paziente non è più. Per questo di solito si preferisce chiamarlo cliente. Per il rispetto reciproco e la posizione di vita sana e realizzata che può vivere ogni santo giorno da oggi.

 

Sono anche due mestieri diversi da parte dei terapeuti. Tieni compagnia nel disagio o sviluppi la meraviglia, amico mio collega?
Non avete idea, nei gruppi di terapia, di quante belle qualità vengono riconosciute reciprocamente tra i partecipanti, e rafforzate e sviluppare e accettate finalmente dai singoli.
Tra l’altro, vige la Legge del Dono, nel Regno del Benessere. Udite, udite. La ferita è un dono. Più la ferita è forte, più è un dono. (Ah beh allora vale per gli altri ma non per me. Smettila. Sei qui a fare terapia? Hai una vita più o meno normale? Ecco, vai alla grande. Smettila 2).
La ferita è un dono perché ci sono delle risorse evidenti che abbiamo sviluppato, tutti, nessuno escluso, proprio grazie a questa condizione che ci ha messo alla prova e che ci è capitata, a tutti.
La ferita infatti ci divide in due, appunto. A chiunque. Nessuno escluso. (Sempre secondo Stephen M. Johnson. Sempre nel suo libro La Trasformazione del Carattere). Una parte che reagisce e tenta di farcela sempre e fa tesoro della sofferenza e ce la fa ogni volta, perché è imprescindibile lottare per vivere bene, altrimenti non saremmo qui. Perché seguire le leggi della natura, come da bambini sapevamo bene, è il nostro destino.
E una parte che invece si convince che è stato giusto ferirci perché noi meritiamo il peggio. Tutto il peggio.
E ricomincia, questa parte. A recitare. A prendere i panni di. Ad essere contro, in conflitto interno e poi esterno, con gli altri.

Poi dipende. A che punto inizia a fare terapia o a ricevere una sveglia che la fa rinsavire. O la fa peggiorare. Purtroppo.
Se non lo sai ti peggiori. Se lo sai ti migliori. Di fronte allo stesso accadimento. Pensa un po’.

Una delle 25 tecniche (al momento) sviluppate in questi anni di terapia, è prendere i post it, le note, le registrazioni dei nostri colloqui, le sbobinature e gli schemi che i clienti che vogliono realmente uscirne si sono creati, e mettere in scena un gioco di ruolo, come abbiamo mostrato nell’esempio precedente. Si chiama Energizzare la Ferita.
Cioè mettere sul tavolo, in bella evidenza, la sofferenza e il boicottaggio quotidiano e sempre uguale in modo che la persona non lo possa più evitare di sentire e di vedere.
E’ un po’ come la scena del far mangiare la pizza rancida all’obeso dei video di Tony Robbins.
Quindi per esempio, il terapeuta rivolge al cliente tutta un’altra serie di inviti a ripetizione. E il cliente risponde la recita dei post it che rappresentano il suo mondo interiore e che si è creato nel tempo, sulle sue verità profonde.
Meglio se viene effettuato mentre ci spingiamo letteralmente, prendendoci per le spalle:

Energizzare la Ferita

– Vladimiro, perché non ti rilassi?
– Perché mia madre non mi ha comprato un gelato 42 anni fa.
– Perché non ti distrai, allora? Perché non la fai finita e non ti godi la vita?
– Perché ad un certo punto mi devo sempre limitare, scappare, uscire da qualcosa che mi faccia stare bene. Per farla pagare a me e a chi mi sta vicino.
– E perché non inizi a crearti un’esistenza, una tua giornata tipica, soddisfatta e realizzata?
– Perché ho sempre preferito e tendo a preferire di scioperare. Protestare contro me stesso godendo a rovinarmi la vita.
– Chi lo faceva con te? Dove l’hai imparato?
– Da mia nonna, da cui mi lasciavano spessissimo da bambino. Era rigidissima e vendicativa. Mi faceva pagare cose che io non avevo mai fatto. Con piacere sadico. Ma lo faceva prima di tutto con se stessa. Ho imparato lì.
– (Pausa). (Lacrime che lavano lo sguardo).
– Quindi non puoi vivere oggi perché?
– Perché mia nonna mi ha insegnato soltanto ad andare contro di me. Ad ogni costo. Non so fare altro.

Ora. Provate a sentire lo stato d’animo del cliente. Folgorato dalla verità su di sé. Irritato. Sconcertato da se stesso.

Poi si invita a rifarlo a casa e sentire cosa accade se lo si ripete per settimane, ogni giorno.

E qui vedete negli occhi della persona finalmente la volontà e il desiderio vitale e la sensazione di via d’uscita di dismettere i panni della recita ferita.
Si esce letteralmente volando dallo studio.

Per cui, ci sono due grandi modi per lavorare sulla ferita. E il primo è comunque rassegnarsi alla relatività e al limite e a conviverci. Ed è un errore madornale viverlo già in partenza come punto d’arrivo. Cosa dici? Che è così, punto, e ti puoi solo rassegnare? No! E’ fare finta.
Perché appunto il secondo modo è totale, liberatorio, nella completa verità e pienezza.
Tra l’altro, anche a livello energetico (perciò ci spingiamo fisicamente, per far percepire questo livello profondo), se non ridai al gesto la sua piena potenza, come sentono i bambini, totali e profondissimi proprio com’eri tu e l’hai solo dimenticato, come farai a rompere il gesso, il blocco e le storture delle disfunzioni che hai imparato?
Farai di nuovo la tua solita recita nel cammino.
Di accontentarti. Di doverti rassegnare. Che puoi conviverci lo stesso. E i tuoi malesseri alla lunga lì staranno.
Io lo chiamo fare terapia dal malessere. E l’ho già detto. O scavalli la collina del malessere e inizi a far terapia dal benessere, puntellandolo con così tanti strumenti da apprendere sempre più per star bene diversamente da prima, oppure, una volta che stai meglio, abbandoni o sospendi o diradi la terapia, e alla lunga lasci la porta aperta al tornare al malessere perché quello conosci e i tuoi ormoni, la tua chimica, il tuo schema, a quello sono abituati.

L’unica chance per volere una vita piena è far terapia dal benessere.
Per arrivare a livelli sempre più consolidati di soddisfazione.
Altrimenti, metti erroneamente la terapia tra parentesi; tra prima e dopo. Senza troppo influire con agganci concreti successivi. Senza Passare la Palla ad una struttura più completa, costruita in terapia, che ci accolga con pienezza.
Lavorare su di sé dal benessere vuol dire invece star sempre meglio, trovare sempre nuovi mezzi e consapevolezze e iniziative per prosperare, in ogni senso. E’ molto diverso. E’ appassionarsi alla propria vita che solo così, di colpo, vita di merda non è più, e non lo è mai stata.
Quello nell’articolo che segue allora è un piccolo schema, utile e concreto, per preservarsi su questa strada luminosa: Mai Farsi Prendere dalla Ferita. 9 Passi per la Pienezza.

Una giovane adulta mi ha detto: la mobilitazione totale dei miei amici quando stavo male per non lasciarmi sola, è stata talmente elevata e potente che mi ha convinta che insomma qualcosa sono, valgo e ho fatto.
Io le ho risposto: lo vedi? Gli altri notano molto di più di te le tue meraviglie e le possibilità totali che hai. E’ sempre così. Chi ci sta vicino ama le nostre verità che noi non vogliamo vedere.
Perché allora aspettare questi livelli incredibili di malessere e costringere i nostri amici a gesti così estremi come il tuo di lasciarti andare così in malora?
Basta invece solo un farsi del bene ogni santo giorno, con una misura concreta, magari solo alcuni esercizi che ci mantengano nella verità, totalmente luminosa ed entusiasta su di noi.

 

Se vuoi approfondire, vai a:

Seguito di questo articolo: Mai Farsi Prendere dalla Ferita. 9 Passi per la Pienezza.

 

Che Cos’è l’Acqua

 

Imprimere la Giornata

 

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