Sintomo Chiama Disagio – Rispondete

C’è un momento molto triste nelle persone che poi vengono a farsi aiutare. 

Ed è quando il disagio psichico, la solitudine o ansia, angoscia, o quello di cui si soffre, qualsiasi cosa sia, si trasforma in un sintomo corporeo conclamato, in sostanza in una malattia.
Perché? 

Perché da questo punto in poi, le persone sentono che adesso si devono occupare della malattia. Hanno una ragione finalmente reale e concreta per il loro disagio effimero che hanno sempre sentito. Possiedono qualcosa contro cui lottare che riempie loro il tempo. 

Per questo è molto triste. Perché non è vero. Perché è l’inversione conclamata dell’entusiasmo nella vita, nel suo contrario, il ritiro e la rassegnazione.

Può arrivare a 14 anni o a 44, e per fortuna può non arrivare mai. 

Abbiamo appena parlato di come si riprende l’entusiasmo e la partecipazione sentendosi una freccia scoccata verso qualcosa.  

E qui analizziamo invece il momento prima, in cui la paura si trasforma in un sintomo. Il bel giorno in cui ci siamo resi conto che qualcosa non andava. 

In sostanza, il problema della paura, dell’ansia e del disagio che ci fa star male, si manifesta in un momento preciso. 

E così, gli esseri umani sbagliano clamorosamente. 

Perché inizia in questo modo un altro stadio della profezia che si auto avvera, vale a dire che loro erano convinti che non potevano vivere bene, da tempo. Ne erano sicuri. Soltanto questo. Pervasi dall’assunto che questa malattia, magari ennesima, sancisse definitivamente tale condanna al malessere.

Perché è proprio da lì che occorre poi ricostruire tutto l’insieme di cause e conseguenze che ha creato le basi di quel disturbo. 

Ricapitolando, noi tutti affrontiamo quattro stadi di malessere. 

  1. Disagio e Sintomi corporei
  2. Cronicizzazione dei grandi temi irrisolti
  3. Ferita e Esistenza compromessa
  4. Senso di colpa e Autopunizione a non poter uscire mai dai problemi.

Abbiamo trattato l’argomento nella famigerata Quarta Accettazione. Le persone sono talmente convinte di dover andare a trovare qualcosa che non vada nella propria vita che, dai e dai, questo auto tormento produce proprio ciò che teme. 

Quindi non lo teme in realtà, lo desidera, in una spirale auto distruttiva, più o meno grave, comunque diabolica e micidiale. 
Mi sento falso a dire che ne ho paura. Mi sento inquieto a sentire che sotto sotto lo desidero, per cui preferisco non esserne cosciente. E mi fa terrore accettare che sia proprio io a determinare i miei sintomi. E infine, persino a decidere che non ne possa uscire mai perché solo questo merito. Da qui le ansie apparentemente senza nome e gli attacchi di panico, che quando vengono svelati nella loro essenza, cessano all’istante di esistere.

Perché mai c’è questa tendenza in noi? Per un motivo banale: il quarto punto sopra indicato. Il senso di colpa di sentirci sbagliati, inadeguati o altro. La convinzione profonda di meritarcelo. Vale a dire incapaci, indegni, non meritevoli, feriti, non supportati, anzi, viceversa, attentati dalla famiglia d’origine nelle situazioni della vita.

Una ragazza giovane davvero viene già in terapia perché il padre, da quando era bambina, non ha mai e poi mai creduto in lei. E non lo ha mai nascosto e mai smesso di dimostrarlo. Anzi, difendeva con fierezza la convinzione che il suo ruolo fosse quello di mettere alla prova la figlia, la quale ha sempre sentito un vuoto cosmico nel credere in se stessa e nel sentire il supporto di base verso le difficoltà della crescita e della realizzazione di sé. ‘Sì, ma se non ce la fai?’, le ripeteva ogni volta. E per lui era un modo di educarla alle alternative. Ma non gli passava neanche per la testa che in quel modo stesse comunicando che non credeva che lei potesse farcela mai, come del resto era. 

Pertanto, ciò che non sappiamo e invece dovremmo, è quanto questa convinzione di sentirci ‘fallati’ sia radicata dentro di noi e dura da scardinare, perché totalmente falsa e contro natura. 

Ci convinciamo che siamo noi lo sbaglio, in modo genetico, ontologico, che è nato con noi, mentre invece è solo una convinzione che si è sviluppata dopo, crescendo, perché le forze educative che ci hanno formato e ferito, ci hanno solo convinti di questo: lo sbaglio siamo noi. 

Ma per fortuna in terapia lo sappiamo. 

La cosa buffa è che i nostri clienti sono anche vagamente consapevoli che ci sia sotto un legame tra i loro pensieri autocritici e i sintomi e il malessere che poi si sviluppano, ma fanno due sbagli:

Il primo è che non smettono di alimentare questa giostra che ha del diabolico. Molto spesso banalmente perché non sanno come fare per uscirne. Perché, come si fa a lavorare efficacemente contro una vaga sensazione? Per questo lo spieghiamo qui. Per suscitare azioni concrete e speranza diffusa.

Perché a volte basta saperlo. 

E il secondo è ancora più importante, come sbaglio: non pensano minimamente che questo stato di cose possa cambiare, non ci credono, non si battono per star meglio e meno che mai per farsi aiutare. Perché nessuno glielo ha inculcato. Si agitano allora in una sorta di diktat culturale malefico che suona più o meno così:

‘nessuno mi può aiutare’, 
‘non far sapere agli altri le tue cose, che poi ti mettono in cattiva luce’, 
‘Oddio ho paura, mi viene l’ansia, sarò sbagliato io’.

Eccetera.

Fa parte della nostra non-cultura-assoluta di come si fa a star bene. A livello individuale, delle famiglie e delle masse. 

Mentre si può stare totalmente bene e lucidamente fuori da qualsiasi malessere, fisico ed emotivo.

Come? Come si fa in terapia? Si ricostruisce tutto. Dalla storia generale della persona, alla partenza del disagio, passando per il sintomo o i sintomi che nel corso del tempo sono sopraggiunti, ai grandi temi irrisolti della nostra vita, alla cronicizzazione dell’esistenza compromessa. Al ‘perché sento in modo inconscio che mi merito questa auto punizione e non ne posso uscire, in modo perenne?’. 

Provate solo a pensare a quanto si possa star bene dopo che sappiamo rispondere al: 

‘Perché credo inconsciamente che da questa auto punizione io sia convinto/a di non poterne uscire mai?’.

E’ una rivoluzione nel nostro intero modo di essere. E di solito, è un motivo ridicolo, inesistente, e molto ma molto antico e senza alcun senso ormai (!). 

Perché magari i tuoi erano persi, assenti e non si amavano. E tu sei cresciuto solo e senza alcuna guida. 

Oppure ancora perché eri il fratello più piccolo e sei stato schiavizzato. Oppure il più grande e sei stato iper responsabilizzato e bloccato. E così via. 

Quando le persone lo scoprono, ti guardano titubanti, incredule. 

Perché erano lì da decenni a dirsi quanto fossero sbagliate e indegne. 

E accade sia che tu ci vada a 20 o 50 anni, in terapia.

Che tu stia bene fisicamente o mezzo offeso da malattie di decenni, sempre lo stesso cammino si affronta. 

Si analizza da dove partono e come si sviluppano ciascuno di questi stadi e livelli di vita:

  1. Disagio e Sintomi corporei
  2. Cronicizzazione dei grandi temi irrisolti 
  3. Ferita e Esistenza compromessa
  4. Senso di colpa e Autopunizione a non poter uscire mai dai problemi.

E qualsiasi sia il punto in cui ti ritrovi quando inizi, alla fine i nodi si sciolgono implacabilmente.
E le persone rifioriscono. 

E questo processo che cosa comporta? La rinascita letterale della persona in questione. 

La fine della paura che vediamo finalmente negli occhi di chi abbiamo di fronte.
Lo sguardo incredulo e commosso di chi non pensava nemmeno che questa condanna potesse anche solo essere messa in discussione. 

 

Continua la lettura:
Che cosa Funziona per Uscire dal Disagio.

 

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