Un Giorno Ideale Per la Frittata

Ciò di cui siamo intimamente convinti su di noi determina tutto.
Anche l’inversione di causa e conseguenza.

Vale a dire che il senso comune del: mi sento così perché mi accade questo, in realtà è: mi succede questo perché mi sento così.

Ecco il postulato.

E’ un vero e proprio Teorema della Ferita.
La ferita vuole renderci solo più feriti.
Crediamo di aver subito dei torti, ma non è per niente vero e allora rendiamo quei torti effettivi, in modo da poterci dire: lo vedi che era vero? E’  una vita che sento questi stati d’animo, allora mi ci ficco e rificco e poi li dico, li esplicito, mi licenzio, mi separo, chiudo per sempre con la vita di prima o con la mia famiglia, ma almeno mi sfogo e la faccio finita con qualsiasi compromesso! Ooohhh, Finalmente!

E appena lo faccio (!), incredibilmente, mi sento invece molto peggio e la mia vita è molto ma molto meno vitale e ancora più ferita.
Capitato? Visto? Intuito che accadesse in qualcuno?

Quando entriamo in stati d’animo che ci hanno fatto del male, in cui abbiamo provato molto dolore -questo in fin dei conti vuole dire sentirsi feriti- e quindi ci agitiamo in sentimenti antichi e potenti e li cavalchiamo e siamo conseguenti in modo definitivo, come se fossero frutto dell’oggi, tutto ciò che accade vuole solo confermare fuori quella visione del mondo e di noi stessi che ci renderà ancora più feriti nel mondo esterno. Stabilmente. Irrimediabilmente.

Come meccanismo si chiama proiezione del passato sul presente, transfert quando avviene in terapia. Quindi niente di nuovo.
Ma qui vogliamo evidenziare fino a che punto tutta questa dinamica fuori dalla consapevolezza e dalla terapia diventi un gioco al massacro.
Gioco che continua a stupirmi ogni volta: ma non lo vedi che casino hai combinato? No, non lo vediamo.
Tutti presi dalle nostre paturnie, quando lo siamo, facciamo cose, vediamo gente, questo è il punto, in modi che provocano apocalissi e disastri variamente combinati.

I quali disastri sono poi la reale causa del nostro malessere, ma noi continuiamo imperterriti, e arriviamo a stare così male da finire urgentemente in terapia a chiederci: ma come? Io sto facendo di tutto per uscirne, e mi sento sempre peggio!?
Certo, se continui a provocate terremoti, pensando al contrario di uscirne.

Persone senza lavoro per otto anni per una mossa di puro orgoglio.
Anime solissime per lustri interi perché hanno chiuso con quella persona che “mi faceva sentire in quel modo”, mentre erano loro che si sentivano così da sempre in qualsiasi relazione (!). Quindi non hanno solo chiuso con quella persona. Magari con una delle poche anime disposte a dare calore alla loro vita, sopportando infinite paturnie. Hanno chiuso la propria vita a tutte le relazioni. E non vivono più letteralmente. Raccontandosela in modo incredibile.
Quante persone ci circondano che se la raccontano e lo sentiamo benissimo?
E per noi stessi non dovrebbe valere? In base a quale assunto?

Ne abbiamo parlato in Mollo tutto? Per favore non Farlo!
Una mossa sbagliata rende definitivo ciò che è solo tendenziale.

La ferita ci rende solo più feriti. Una percezione errata, se fatta diventare realtà, confina energie nel vuoto cosmico, irrimediabilmente ferito, appunto.
E nel vuoto affettivo o lavorativo il tempo sembra fermarsi a quell’epoca per decenni, in un grottesco racconto a noi stessi, di qualcosa che ormai chissà quanti anni fa è avvenuto e quindi ha un sapore stantio e penoso. Alcuni dicono: mi sono tenuto per decenni, adesso basta!
Ecco, per fortuna che ti sei tenuto.
E’ stato per una sorta di meccanismo sano di conservazione. Se tu avessi saputo cosa stavi facendo, ti saresti tenuto per altri decenni e con molta più consapevolezza e soddisfazione. Si chiama Sé, questo meccanismo. Ed è molto più esteso e sano del il solito Ego testardissimo.

Nella pratica, accade che le persone vengano ‘dopo’ in terapia: dopo aver rovinato e reso tutto molto reale. Quindi è un meccanismo di indagine a ritroso. Perché mi sento così male? E da lì appunto andare indietro a trovare e il punto di svolta in cui ci siamo decisi a rendere reale la ferita che sentivamo da sempre.

E c’è sempre il punto di svolta, il turning point, come direbbe Syd Field se si trattasse di film e di sceneggiature e di Viaggio dell’Eroe, solo che non fa per niente andare avanti il cammino del protagonista e la sua storia, anzi, lo fa involvere irrimediabilmente.

Vediamo alcune di queste svolte nella ferita:

(se mi sento da sempre) escluso>faccio in modo di escludermi clamorosamente da solo;
(se mi sento da sempre) non visto>richiudo in un angolo la mia vita;
(se mi sento da sempre) sottoposto a ingiustizia>mi ribello a tutto, relegandomi così a sentire tutto ingiusto;
(se mi sento da sempre) tradito>non mi fido mai più e mi chiudo così a qualsiasi relazione reale.

E così via, così via, così via.
C’è qualcosa che riguarda anche te lettore ? Solo-come-tendenza-per-carità!, una sensazione che riconosci? O qualcuno che hai incontrato?

Tecnicamente, questa esplosione accade nel momento in cui:
non ce la sentiamo più di portare avanti la reazione alla ferita >poiché anch’essa rinforza la ferita >e ormai stufi >ritorniamo proprio alla ferita >rendendola definitiva, consacrandola.

E preparandoci al ritiro.
La reazione di cui parliamo noi la chiamiamo Tema Dominante, irrisolto e ricorrente della nostra vita. Trovate qui la definizione.

Prendiamo solo il primo esempio di cui sopra:

Ferita: mi sento escluso da una vita.
Tema: lotto per decenni per sentirmi incluso.
Ritiro: alla fine non ne posso più delle stesse delusioni poiché non ci riesco mai a sentirmi incluso (!), e -invece di comprendere che non potrò mai considerarmi davvero incluso e non è così importante e devo solo accettarlo e viverne il lutto e voltare pagina- così, al contrario, esplodendo, mi chiudo, ritiro, riduco ai minimi termini.

E, nel farlo, nel ritirarmi, per farlo meglio (!), provoco una deflagrazione e lascio andare tutto quel che mi viene, anche con un certo coinvolgimento e un senso apparente (!).
In tal modo il ritiro sarà compiuto definitivamente. E la frittata sarà bella che servita. Per questo, in seguito, quando vedrò davvero cosa ho fatto, sarà molto più difficile tornare indietro, dopo che ho conclamato al mondo la mia inconsolabilità.
Pensateci: se ho lasciato qualcuno 8 anni fa, e da allora la mia vita è chiusa in ogni senso, lavorativo e relazionale, come faccio sia ad ammettere che ho sbagliato e che sono stato la causa della mia stessa angoscia esistenziale, sia poi a cambiare rotta e a riaprirmi al dolore che quel tipo di relazione mi ha provocato?
Eppure. Altre strade non ce ne sono. E che ci vuoi fare?

Guardate che dal punto di vista psicosomatico stiamo parlando anche di malattie gravi. O di comportamenti così autolesionisti che sappiamo benissimo ci porteranno presto ad una malattia. O ad un accidente qualsiasi. Perché lo vogliamo e basta.
E’ proprio la logica ‘tanto peggio tanto meglio’. Pur di uscirne.

Ma se ne uscissimo, ancora ancora. Invece ci sentiamo, dopo, sempre più avviluppati e incapaci per orgoglio di tornare indietro o anche solo di ammettere lo sbaglio.

E’ come se -da drogati- per uscirne ammazzassimo lo spacciatore.
O, più da fumetto, da bulimici facessimo esplodere letteralmente il frigorifero.
Sembrano esempi estremi.
Mentre vi garantisco che sono all’ordine del giorno, in senso lato, nel malessere diffuso.

Anche questa sensazione lascia l’amaro in bocca: non avete mai incontrato qualcuno che quel malessere o trauma qualsiasi sembra proprio che lo volesse, e l’abbia cercato inconsciamente con tutto se stesso, e ora, a bubbone scoppiato, ha davanti chiara la sua battaglia da combattere di nuovo per continuare a star bene senza poterci mai riuscire?
E non è amaro e triste tutto ciò?

Oppure, non è scioccante vedere storie d’amore fatte saltare per motivi assolutamente e soltanto interiori? I quali non c’entravano nulla di nulla con l’altra persona? Che poi si rimpiange per stagioni e stagioni. E ci mancherebbe altro. Comprensibilissimo.

Ma il Ritiro non è mai Accettazione. E ben lungi dall’esserlo. La differenza si riconosce benissimo.
Si ha la sensazione di grottesco nel sentirlo dire a persone che hanno mollato tutto, si sono chiuse al mondo e si dicono: beh,  comunque dovevo accettarlo.
E voi sentite qualcosa che stride e fa rumore. Mammamia. Davvero, quante volte ci è capitato di dirci: questo qui se la racconta alla grande. Ha sbagliato a chiudersi. Totalmente. E anziché rendersene conto, cerca di convincersi che occorre accettare che questa è la sua vita e lui era destinato prima o poi a chiudersi. Mentre si sta irrimediabilmente ritirando da solo e senza alcuna ragione reale.
Adieu à tout le monde.

Un’anima agitata che sto vedendo, convinta fino in fondo di un falso incredibile, cioè che lei non merita e non è abbastanza, ha fatto una scenata al fratello, davanti ai genitori, sul fatto che lui non doveva parlarne con gli altri e nemmeno con loro, i genitori, del suo problema, del fratello, se non con lei. Perché non ne hai parlato prima con me?!- gli ha urlato davanti a tutti. Doveva parlarne prima con lei, il giorno prima, quando si erano confidati.
Lo dice in modo disperatissimo.

Quindi, il fratello ha un problema, diverso da quello del giorno precedente.
Ne parla in famiglia a pranzo davanti a tutti.
Lei, anziché ascoltare e occuparsi del problema del fratello come i genitori, si mette invece al centro, sposta la discussione sul fatto che lui non ne ha parlato a lei il giorno prima. E che questo allora dimostra che non si fida di lei, e lo fa con la rabbia e le lacrime della sua convinzione di non valere. Mentre lui non ci ha nemmeno pensato perché il problema il giorno prima non c’era e non era alla sua attenzione.
Potete immaginare lo sbigottimento dei familiari?
E se chiedete (come ho fatto io) se è consapevole di essersi messa al centro solo per la sua incredibile ferita di non essere vista, avendo così dichiarato alla sua famiglia che lei ha problemi di credere di valere e che gli altri non la considerino, lei vi risponde che quello non conta niente e lui, il fratello, comunque non si fida di lei. Quello è il punto, l’unico punto, secondo lei: “perché io non merito”.
Mentre la verità è solo che per vicissitudini di differenze di età di pochi anni, fin da piccolissimi, lei ha sempre sentito di valere di meno di lui, cosa falsa nella maniera più totale.
Ma lei crescendo se n’è convinta. E oggi non lo sa. Crede di non valere rispetto a chiunque. E fa continui paragoni. E lo fa con rabbia assassina. E si sta rovinando la vita. Totalmente.

Sei consapevole del fatto che ora in famiglia sempre di più saranno preoccupati di che cosa dirti e cosa non dirti e che quindi tenderanno a confidarsi sempre meno con te? Cioè il contrario di quello che vuoi?
E che la tua vita sarà peggiore d’ora in poi, proprio perché tu l’hai resa così?
Se lo faranno è perché già non si fidano, risponde. E fanno bene, perché io non merito, conclude.
E non vedi che hai deciso di buttarti per questo dirupo dicendo basta a tutto? E che questa scelta ti porterà solo alla rovina?
E lei mi guarda fiera senza rispondere.

Ecco, questa è la profezia che si auto avvera.

Tale esempio rende bene ciò mettiamo in atto tutti, quando ci convinciamo di un falso clamoroso: che la nostra ferita-convinzione sia la verità e che sia gigantesca, abnorme, troppo forte. E la facciamo esplodere anche con un certo gusto di bruciare tutto il Regno di Danimarca.

Quando il falso assurge a vero, tutto assorbe.
Questa situazione si ripete decine, centinaia di volte, in uno studio di terapia.
Il falso preso per vero, tutto brucia.
Arde il falso dentro di noi.
Il vero non arde, nutre.
Bruciare nel falso è un reale e concreto suicidio. Emotivo. Affettivo. Economico. Vitale.

Vacanze di anni e anni passate a quel punto in casa a Milano, tra 20 e 30 anni, con le serrande abbassate, in penombra, a letto.
Provate a pensarci.
Carriere e passioni messe da parte solo perché legate ad un dolore che avrebbe potuto passare in un mese, ed è ancora lì dopo 20 anni.
E asfissianti atmosfere di rapporti.
E umiliazioni di lavori.
E potremo continuare ad libitum.

Anni fa ho raccontato di un tumore invalidante e di un fallimento dell’azienda di famiglia per più di 100 milioni di euro. Il tutto in una sola persona. E messo in atto solo per poter far morire l’impero famigliare asfissiante e ricominciare una nuova vita.
‘Dopo’ il compimento della missione, tutto è passato.
Ma quanta energia e salute e milioni avrebbe mantenuto questa ennesima anima agitata se soltanto avesse saputo che cosa stava facendo?

Ma allora non c’è speranza?
Oppure sì?
Si migliora e si cambia, volete sapere?
Uh, sì, infinitamente. Si rivive appieno. Sapendo cosa fare.

E’ tutto riportato nel dettaglio ne L’Enigma del Furetto e nella serie di punti: La Ferita è un Dono (lo è ogni volta in realtà, un dono, ma solo dopo averne preso coscienza e iniziato a lavorarci su seriamente).
Fino a che la vita si riaccende. Click.
Quando infatti si comprende e si esce da questi schemi, e si riesce a sorridere di nuovo di sé e degli altri, e a illuminarsi nello sguardo, le persone sentono che l’universo e la natura e le pulsazioni si riallineano in una quadratura di nuovo entusiasta.
C’è sollievo infinito e finalmente rinascita solo perché c’è verità.
E’ come se ripartisse una danza, una pulsazione, un’ispirazione.

Scrive Alexander Lowen a questo proposito:
Se un bambino può sopravvivere all’agonia di una situazione difficile soltanto lasciandosi sostanzialmente morire, nessuno può biasimarlo. Certo i precedenti di questa paziente erano tali che era logico aspettarsi una reazione del genere. In determinate circostanze l’azione è razionale. Tuttavia, non appena si raggiunge l’indipendenza nell’età adulta, e non appena cessa la situazione insopportabile, ogni sforzo dovrebbe essere diretto a superare questo disturbo. E’ necessario allora rovesciare il processo, ritornare all’agonia, riprovarla e risolverla in una diversa direzione. Naturalmente, la paziente soffrirà, ma qui la sofferenza è razionale e necessaria. E’ il calore che scioglie le rigidità e consente la rinascita di un nuovo Io.
Il Linguaggio del Corpo, pagg. 215-216.

Quindi ora chiedetevi:

– Ci sono stati momenti di discussione accesa nella mia vita e decisioni impulsive e a posteriori sbagliate? Su emozioni forti, un po’ folli, inconfessate, che in realtà sento da sempre?

– Ho vissuto fasi di svalutazione di me, alla grande, e soprattutto degli atti sopra le righe da parte mia? I quali atti, anziché darmi la svolta e l’apertura, mi hanno poi fatto sentire peggio, e relegato proprio a quel qualcosa da cui volevo fuggire?

 

Allora. Se sì, sono quegli atti ad aver provocato e poi rafforzato quello che crediamo causa, nel caso di cui sopra la stima di sé, e che invece è conseguenza, per esempio il fatto che lei fa vedere di non sentirsi all’altezza e allora le persone si confideranno sempre meno con lei.

Causa reale: io sono convita di non valere. Mentre lei la considera conseguenza del fatto che “gli altri non si confidano con me. Quindi non valgo”.

Conseguenza reale: “gli altri non si confidano con me perché io inconsciamente non voglio e preferisco che non lo facciano così mi convinco sempre di più di non valere”. E la spirale è compiuta.

Altri casi? Basta così?
E’ comunque molto più radicale di quel che pensiamo.
C’é sempre in sostanza questa costante. Noi siamo i soli fautori fuori, del nostro incredibile destino, dentro.
Se uno imparasse a scuola: questo è il Teorema di Pitagora e questo è il Teorema della Ferita, non si starebbe tutti molto meglio?

Nessuno vede se stesso e tutti vedono i presunti torti subiti, che non esistono.
La ferita vuole renderci più feriti, amico mio, tutto qui.
Non entrarci oppure sappi che da lì, da dentro la buca, tutto verrà trascinato nel punto più nero.
Solo uscendone, aspettando con pazienza, sapendo consapevolmente da che cosa è dipeso tutto, si attende che passi la bufera senza fare niente, come con la febbre.
La febbre della ferita.

E poi si inizia davvero a lavorare dall’altra parte:

di che cosa dovremmo parlare io e te anziché di tutte queste stronzate che riempiono le tue giornate da decenni?

E farlo, con intensità. E non entrarci più in quelle atmosfere. E stravolgere la propria vita e renderla finalmente leggera e serena e profonda, e viva, e in progressione e con reale spessore, senza più ossessioni incredibili. Questo è finalmente vivere.

Ma prima occorre mettere un argine, una diga, uno steccato potente ad ogni momento fantasylandia. In modo da potere vedere realmente le cose come stanno.

La cosa curiosa è che le persone è come se venissero in studio la prima volta con “la frittata è fatta”. Immaginandola propria come una grossa frittata, bella condita. E ce la mostrano. E ci chiedono. Mi aiuti a capirci qualcosa? E soprattutto a risolverla?
Mentre noi li conduciamo lentamente e veritabilmente (in francese veritablement suona meglio) a vedere che la frittata è solo nella loro testa.
La frittata non esiste.
Come non esiste?
Eh, non esiste.
Ah.
Eh.

Fino a che fa Puf, e cessa di ossessionare la loro vita.

“Le sue perdite non esistono, cara signora”, dice quasi letteralmente lo psicanalista nel libro francese autobiografico, cult degli anni ‘80 per noi disorientati in cerca di una destinazione, dal titolo “Le Parole per Dirlo”, di Marie Cardinal, diario fedele ed entusiasmante per certi versi di una terapia riuscita. La protagonista era entrata gocciolando sangue dalle sue perdite continue nella sala d’attesa e poi nello studio del professionista durante la seduta. E lui non aveva fatto un plissé. E non ne aveva nemmeno fatto cenno.
“Scusi dottore, perché non mi ha chiesto delle mie perdite?”.
“Perché sono solo un sintomo, Madame. Spariranno come tutta la sua vita ferita”.

E poi così è.
Accade quel che reggiamo non quel che desideriamo.
E finalmente le persone tornano a pensare e a dedicarsi ad altro. Il mondo reale che li aspetta fuori dalla porta.

Wystan Hugh Auden, colui che ha scritto La Verità vi prego sull’Amore, che, voglio dire, se non vi basta non so propria cosa fare per voi; l’autore che ha illuminato con le sue intuizioni poetiche le torri del pensiero del ‘900, scrivendo per esempio Funeral Blues, raro momento toccante sull’amore e la perdita e il lutto, ci viene in soccorso su questo aspetto de ‘in nome di che cosa facciamo quel che facciamo’:

La cosiddetta esperienza traumatica non è un incidente, bensì l’occasione che il nostro bambino stava pazientemente aspettando (e se non si fosse verificata quella, ne avrebbe trovata un’altra, ugualmente banale) per poter dare necessità e direzione alla propria esistenza, in modo che essa diventasse una faccenda importante.
Wystan Hugh Auden

E sempre dalla letteratura, chissà come mai, una signora elegante e best seller ci spiega bene in cosa consiste l’inghippo:

La gente crede di inseguire le stelle e finisce come un pesce rosso nella boccia. Mi chiedo se non sarebbe più semplice insegnare fin da subito ai bambini che la vita è assurda. Questo toglierebbe all’infanzia alcuni momenti felici, ma farebbe guadagnare un bel po’ di tempo all’adulto – senza contare che si eviterebbe almeno un trauma, quello della boccia.

Muriel Barbery, L’Eleganza del Riccio.

Ecco, io non toglierei all’infanzia i momenti felici, anche perché vivaddio non è possibile, ma non so che darei per togliere chiunque dalla boccia.

Chiudo proprio con l’invito a leggere qui Funeral Blues, scritta evidentemente per la morte di qualcuno e presente in alcuni film cult degli scorsi decenni, come 4 Funerali e 1 Matrimonio, ma che rende così bene il senso di ‘nulla vale più la pena’, la conseguenza del disarmo, perdita e dolore e del ‘che peccato’ della ferita; sensazione sentita spesso nell’incontrate tante persone che si sono chiuse alla vita senza sapere per niente cosa stavano facendo. Volete sapere cosa si prova in profondità? Ecco.
Se la leggete in inglese è ancora più musicale e toccante.

A te, anima che hai deciso di colpo che non ci sei più e ti sei chiusa dentro, chiunque tu sia. Ci vediamo fuori.

 

 

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